Noi, che quarant’anni fa eravamo impegnati a Milano nel Movimento Studentesco, potevamo fare di più quando, il 16 gennaio del 1969, il giovane ventunenne cecoslovacco Jan Palach si trasformò in una torcia umana per protestare contro l’occupazione militare sovietica e contro la repressione nel sangue della Primavera di Praga.
Molti di noi furono colpiti dalla drammaticità di quel gesto estremo, ma il Movimento non ne comprese fino in fondo la portata storica e strategica. Jan Palach denunciava l’oppressione sovietica e interpretava la volontà dei popoli dell’Est europeo di riconquistare quelle stesse libertà fondamentali che, con passione, rivendicavamo nelle piazze per il Vietnam e per altri popoli in lotta per l’indipendenza.
Grazie anche al fuoco che avvolse il giovane Palach, nel decennio successivo ci impegnammo a fianco delle lotte di Charta 77, di Solidarnosc e dei dissidenti dell’Urss fino alla caduta del Muro. Tuttavia, la nostra generazione, con la medesima sincerità con cui rivendica il suo contribuito all’affermazione della partecipazione popolare e della democrazia e al riscatto degli oppressi, deve avere l’onestà intellettuale di fare i conti con il debito di riconoscenza e di verità che è dovuto, oggi come ieri, al sacrificio di Jan Palach.
In occasione dell’anniversario del suo sacrifico, saremo in Piazza San Venceslao a Praga per testimoniargli con convinzione la nostra gratitudine e per ricordare ai giovani, usando le parole di Alexander Dubcek, che “l’uomo e l’umanità sono capaci non soltanto di conoscere il mondo, ma anche di trasformarlo'”, alla condizione, però, di saper guardare alla realtà con intelligenza ed onestà.
Enzo Biassoni, Mario Martucci, Sergio Vicario ed altri
Nel video: Nomadi – Primavera di Praga (F.Guccini)

Se tra la morte di Palach e la caduta del muro di Berlino sono dovuti passare ben venti anni si devono ringraziare anche i vari “guccini” e filosofi canterini nazionali abili nel gioco cattolico di pilotare la “pietas” spendendo la verità della passione politica nel gioco delle tre carte e stemperando tutto nella compassione entusiasta di concertoni demenziali dove l’identità di assassini, complici politici degli assassini e vittime si perde dentro le musicacce dell’italico “country” inventato nelle case del popolo della Bassa. Infatti la mia squallida generazione di innovatori fece molta confusione, e ancora la fa, tra il Che e Jan Palach e identiche musicacce ne hanno cantato le gesta inaccostabili. Quali racconti e quali passioni orecchiarono i “guccini” da ragazzi che non fossero i racconti e le passioni abbracciati dagli aguzzini di Potsdam, Budapest, Praga e Varsavia? E se mai vera resipiscenza hanno avuto perché non seppero sparire? Il PCI degli anni sessanta, pur coi suoi sussulti e distinguo, resta un tumore non emendabile nalla storia italiana. Perciò alle “primavere di Praga” dei tanti Guccini, profeti e poeti canterini dico no. Palach chiede di essere onorato dal silenzio e dalla determinazione. M.S.