Secondo Giorgia Meloni, l’Italia ha acquisito un nuovo protagonismo sul piano internazionale.
Forse si riferisce all’operazione Fitto, che in apparenza è andata effettivamente meglio di quanto temuto, anche se la sesta Vicepresidenza è solo forma, e nella sostanza i fondi europei sono già assegnati fino al 2027 e quelli del Pnrr procureranno solo rogne imbarazzanti da gestire con la supervisione di un falco come Dombrovskys che spulcerà i ritardi reali italiani, che sono già ora gravi.
Ma a Strasburgo, come italiani, abbiamo fatto (tutti o quasi) una figuraccia da sensali furbastri, diventando protagonisti si, ma in negativo e lasciando ad altri il più grosso problema del momento in merito al documento – nessuno lo ha detto – che prevede tra l’altro un esborso di 5 miliardi di armi pro Ucraina.
Il 19 giugno, alle elezioni, abbiamo mandato in Europa 76 nostri rappresentanti, ma al primo intoppo, solo 4 hanno integralmente votato la mozione passata a larga maggioranza nell’Emiciclo, con dentro il paragrafo sull’uso delle armi.
Doveroso indicare i nomi: due del PD, Pina Picierno ed Elisabetta Gualmini, e due di Forza Italia, Massimiliano Salini e Marco Falcone. Gli altri, in modi diversi hanno disegnato arabeschi per giustificare posizioni creative di deprimente fantasia. Alcuni hanno dichiarato a posteriori di “essersi sbagliati”: tra questi Lucia Annunziata e Lara Magoni. Il PD (“riformisti” compresi: Bonaccini in testa) ha fatto il capolavoro: 8 (otto) modi distinti di spiegare, o non riuscire a spiegare, la propria posizione. Come ad Assisi: c’era e non c’era.
Giusto ricordare, che ai 4 andrebbe aggiunto Giorgio Gori, che non era fisicamente a Strasburgo, ma ha dichiarato (poteva far finta di niente ma lo ha detto lealmente) che se avesse votato avrebbe sostenuto integralmente il testo, non associandosi agli ipocriti che vogliono appoggiare la resistenza ucraina ma non l’uso delle armi contro i siti da cui partono i bombardamenti russi. Solo nei sette giorni precedenti il voto europeo, i russi hanno lanciato sull’Ucraina 30 missili, 400 droni e quasi mille bombe, uccidendo 31 civili e ferendo 200 persone. Per fortuna che c’è una risposta, quella che le anime belle vorrebbero sottoporre ad attenta e rigorosa valutazione distinguendo tra armi offensive e difensive. Occupando territorio ucraino da 31 mesi, gli uomini di Putin, convocati per una breve azione “speciale” senza sapere di andare in guerra (quanti sono morti tra loro? Si parla di oltre mezzo milione di vittime russe) hanno centrato un ospedale a Kharkiv, preso di mira obiettivi civili a Dnipro e financo nella capitale Kiev. Famiglie dilaniate nel sonno, mentre noi stavamo a discutere con Santoro e il prof. Orsini, oppure eravamo fermi sullo scandaletto Boccia.
Chapeau, dunque, per i dem controcorrente e ancor più per due membri della, come sempre divisa sulle cose importanti, maggioranza italiana di governo, visto che il capo partito va contro il PPE in nome del quale ha chiesto voti agli elettori, e si nasconde dietro un pacifismo che non arriva alle vette strumentali di un Conte, ma poco ci manca. In attesa di sapere chi vincerà in USA (poi si vedrà, meglio non scoprirsi) meglio far concorrenza al “putiniano” Salvini che, quando non difende i confini, va sottobraccio ad Orban.
Il dem senza tessera Marco Tarquinio, che deve aritmeticamente il suo scranno al recupero dei voti buttati via dallo sciagurato ex terzo polo diviso in tronconi (ma non sull’Ucraina), ha affermato che con questa presa di posizione, l’Europa si è dimostrata “guerrafondaia”. Tutto è stata l’Europa tranne questo. Il forzista Salini ha ricordato almeno il pensiero sociale della Chiesa e il suo riconoscimento alla legittimità della difesa a fronte di un sopruso. Un po’ come la Costituzione della Repubblica che nell’articolo in cui ripudia la guerra sembra descrivere esattamente il comportamento di Putin, che la usa per risolvere le controversie. Sulla Costituzione si parla in libertà, ma non si può dimenticare che è stata scritta da uomini che avevano fatto la resistenza contro gli invasori. Armata.
Beppe Facchetti

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