
Il deficit italiano migliora, ma non abbastanza da chiudere davvero il capitolo di public overspending. Il rapporto deficit/PIL è sceso al 3,1%, in calo rispetto agli anni precedenti. Detto in parole comprensibili, lo Stato continua a spendere più di quanto incassa, ma con uno scarto leggermente più contenuto. È un miglioramento reale, ma resta sopra la soglia del 3%, quella che in Europa rappresenta il limite oltre il quale iniziano controlli più stretti e margini ridotti di manovra.
Quel decimale apparentemente piccolo pesa molto più di quanto sembri. Restare sopra il 3% significa continuare a muoversi dentro una stabilità solo apparente, dove basta poco per perdere credibilità finanziaria. Il problema italiano non nasce oggi. È il risultato di decenni di crescita debole, spesa pubblica rigida, interessi sul debito e una macchina statale che fatica a ridursi.
L’Italia continua infatti a convivere con uno dei debiti pubblici più alti d’Europa. Questo significa che una parte crescente delle entrate non viene usata per investimenti o sviluppo, ma per pagare interessi. È denaro che esce senza produrre crescita, una zavorra costante che limita ogni governo, indipendentemente dal colore politico.
I governi precedenti hanno lasciato un’eredità molto incasinata. Negli anni passati si è scelta una politica fortemente redistributiva, una sorta di Robin Hood finanziario: distribuire risorse e consenso attraverso maggiore spesa pubblica, senza però costruire basi economiche capaci di sostenerla nel lungo periodo. Misure come Quota 100 hanno anticipato pensionamenti e aumentato il peso strutturale del sistema previdenziale, trasferendo costi permanenti sulle generazioni future.
A questo si sono aggiunti bonus, incentivi e misure emergenziali che hanno certamente sostenuto consumi e redditi, ma che spesso hanno avuto un effetto temporaneo. La spesa è cresciuta più rapidamente della capacità del Paese di generare ricchezza. Il risultato è stato un ulteriore disavanzo e una maggiore esposizione finanziaria.
L’attuale governo ha scelto una linea diversa. Meno espansione diretta, maggiore attenzione ai conti pubblici e un tentativo di riportare il deficit sotto controllo senza entrare in una logica di austerità dura. L’obiettivo è ridurre gradualmente lo squilibrio, mantenendo però un livello minimo di sostegno economico e senza frenare completamente la domanda interna.
Il miglioramento al 3,1% non nasce però da una crescita robusta. L’economia italiana continua a muoversi lentamente e questo rende ogni riduzione del deficit molto più difficile. Ridurre la spesa senza crescita significa lavorare su margini stretti, dove ogni crisi esterna può rimettere tutto in discussione.
Il punto centrale è che l’Italia migliora, ma non risolve. Il deficit scende, ma il peso del debito resta enorme. Finché il Paese continuerà a crescere poco, ogni miglioramento rischierà di essere solo temporaneo. Una pausa contabile, più che una vera inversione di rotta.
C’è ancora molto da fare. Molto da svecchiare, molto da ripensare. Un sistema pubblico costruito su uno Stato sociale sempre più espanso non può continuare ad allargarsi senza misurarsi con la sostenibilità reale. Serve meno paura del cambiamento e più capacità di guardare avanti. Perché continuare a dire sempre no a riforme, investimenti, innovazione e modernizzazione significa restare fermi mentre il resto del mondo accelera e ci lascia indietro, con il cappello in mano.
Piero Terracina

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