Lo sforzo che deve prevalere è quello della pressione politica internazionale crescente e orientato a far sedere nuovamente attorno ad un tavolo i contendenti.

È scoppiato anche l’incendio siriano che ha sconvolto i fragili equilibri dell’area e mentre tutto questo accadeva, risuonavano le minacce del governo di Teheran, sempre pronto ad aizzare l’opinione pubblica contro Israele quando sul piano interno, per i vertici religiosi apertamente contrastati dalle nuove élite politiche, le cose si mettevano male.
Negli ultimi quindici giorni questa surplace è stata rotta dall’ennesima scaramuccia ai confini con la Striscia di Gaza che ha finito per scatenare una reazione militare energica da parte di Israele, raggiunto da razzi tecnologicamente più progrediti del passato e che, per la prima volta, lanciati da Hamas hanno colpito Tel Aviv, con un bilancio di tre vittime civili.
La reazione militare di Netanyau, considerata unanimamente sproporzionata, in realtà mirava ad esercitare una pressione preventiva nei confronti della Comunità Internazionale affinché non cedesse di fronte alla pretesa dell’ANP di vedere riconosciuto lo status di membro osservatore dell’ONU allo stato Palestinese. Come in un’eterogenesi dei fini Hamas e il Governo Israeliano hanno giocato la carta della riapertura del Conflitto, in una logica conservatrice, ma hanno finito per soccombere entrambi, rovinosamente.
Il riconoscimento della Palestina in sede Internazionale consente oggi di rilanciare il Processo di pace su un terreno diverso, certamente più favorevole all’ANP che si è trovata per mesi isolata sul piano interno e internazionale, scoraggiata dall’amministrazione americana dal ricercare un’effimera vittoria in sede diplomatica. All’ONU la Presidenza di Abu Mazen ha rovesciato il pronostico ed è ora il Governo Israeliano a sbandare, arroccato su una posizione sempre più difficile da difendere, anche dai propri alleati tradizionali.
Infatti, la decisione del governo israeliano dopo il voto di New York di rilanciare proprio sui territori contesi ed occupati dal 1967, una nuova campagna di insediamenti coloniali, ha finito per irritare e non poco le leadership americane più vicine a Israele, e a sollecitare molte cancellerie europee a compiere passi fino ad ora mai compiuti, come le convocazioni di ambasciatori israeliani per chiedere spiegazioni; e la stessa Commissaria Europea, Catherine Margaret Ashtom, ha preannunciato misure politiche severe nel caso questo piano espansionistico venisse messo in atto senza una preventiva accettazione della ripresa del dialogo di pace.
Persino in Israele, il plauso unanime incassato nei giorni della violenta rappresaglia contro i razzi di Hamas, si sta trasformando in un’esplicita critica di fronte ad un atteggiamento definito “inutilmente provocatorio”, e fra i più critici si ritrova addirittura l’ex premier Olmert.
In questo clima, le elezioni del 22 gennaio nelle quali rischia di profilarsi un successo dell’estrema destra, possono configurare una risposta di segno opposto alle necessità ed alle volontà internazionali di vedere garantito, assieme all’avvio di un processo democratico nelle regioni arabe, un ritorno possibile al negoziato per una soluzione definitiva del conflitto medio orientale.
Nell’area si sono abituati a un equilibrio precario ed ad allontanare l’ipotesi di un conflitto molto più esteso e molto più sanguinoso, ma i fatti di questi giorni svelano l’intima posizione del governo israeliano che neanche tanto paradossalmente sembra gradire assai di più il franco rapporto con le dittature arabe (compreso quella di Assad) che non la difficile e conflittuale navigazione nel mare aperto e gravido di rischi delle nuove democrazie.
Lo sforzo che deve prevalere è quello della pressione politica internazionale crescente e orientato a far sedere nuovamente attorno ad un tavolo i contendenti provando a definire un piano di comune interesse economico e strategico per tutta l’area medio orientale. È l’interesse dell’Occidente non lasciare il Mediterraneo in condizioni di instabilità perenne per un altro mezzo secolo.
Infine abbiamo già segnalato tutta l’ambiguità assunta dalla Farnesina in occasione del voto alle Nazioni Unite; è evidente che anche su questo tema il precedente governo di centro destra ha negli anni commesso errori di discontinuità politica che l’Italia frontiera mediterranea di tutto rispetto non può più permettersi nel futuro, nell’interesse della sicurezza di Israele e per la dignità del popolo palestinese.

Lascia un commento