
Ogni popolo ha le sue metafore: le nostre non sono trionfali, sono ferite che parlano. Veniamo descritti come un blocco di pensieri allineati, un meccanismo difensivo collettivo che si attiva non appena qualcuno nomina Israele. E invece no. Noi siamo una nazione di discussione. La guerra ci divide, ci interroga, ci lacera. Eppure nel mondo sembriamo sempre solo due cose: vittime o carnefici. Mai esseri umani complessi.
Portiamo addosso una storia che non ci schiaccia, ma ci educa. Che non Γ¨ un fardello, Γ¨ un prisma.
Ma viviamo giorni in cui persino la giustizia rischia di offuscarsi travolta da voci sovrapposte, immagini che si annullano, dolori che non si ascoltano. E in mezzo a questo rumore, ci sono ancora loro: gli ostaggi. I nomi non fanno più notizia, i volti si scoloriscono sugli adesivi appesi ai muri. Ma sono lì. E il fatto stesso che lo siano ancora, dimenticati da chi dovrebbe raccontarli, fa male.
Il popolo ebraico ha giΓ conosciuto nel corso dei secoli forme di perdita che non erano solo morte, ma sparizione. Ha conosciuto il trauma del corpo che non torna, del figlio portato via dalle guardie del Papa. E accanto a questa memoria, ha sempre vissuto quella di chi non ha mai rinunciato a cercare.
Nel Seicento, nel cuore dellβEuropa orientale, il pogrom scatenato dallβatamano cosacco Chmelβnytsβkyj devastΓ² intere comunitΓ ebraiche β le stime storiche oscillano tra i 20.000 e i 100.000 morti: villaggi dati alle fiamme, comunitΓ annientate, bambini sgozzati, donne violentate, sinagoghe distrutte, sepolcri profanati. Chmelβnytsβkyj non fu un mostro isolato, ma divenne simbolo incarnato di una crudeltΓ cieca, al punto da rientrare nei Kinot, i canti di lutto letti ancora oggi nel giorno di Tisha BeAv. Le sue gesta entrarono nel folklore ebraico come incarnazione del male. Un nome che, per generazioni, ha provocato brividi e pianto. I superstiti, in molti casi, furono venduti come schiavi nei mercati di Aleppo, di Istanbul, di Damasco. Non avevano piΓΉ nulla. Nemmeno un nome. Poi accadde qualcosa di straordinario. Le comunitΓ da cui provenivano, anchβesse stremate e annientate, trovarono in sΓ© le forze per riscattarli. Uno ad uno. Raccolsero fondi, si misero in viaggio, trattarono, pagarono. Lo fecero senza chiedere nulla in cambio e senza fare differenze. Lo fecero perchΓ© nessuno potesse dire: βnon valeva la penaβ. Lo fecero perchΓ© ogni vita Γ¨ una responsabilitΓ . Quel gesto β il pidyon shevuyim, il riscatto dei prigionieri β non fu solo una mitzvΓ . Fu un grido. Un modo per dire: tu esisti, anche se il mondo ti ha cancellato. Sei parte di una famiglia che non si arrende.
Ecco, oggi siamo di nuovo lΓ¬. In un tempo in cui tutto ci spingerebbe a cedere allβassuefazione, a un quieto cinismo, dobbiamo chiederci: siamo ancora capaci di credere che la vita di uno, solo uno, valga il rischio, lo sforzo, il compromesso o l’antisemitismo?
PerchΓ© oggi cβΓ¨ una stanchezza che non si dice. Che non Γ¨ solo quella dei razzi, dei morti, delle vendette e delle colpe. Γ la stanchezza che attraversa il cuore dei vivi: stanchi per i lutti subiti, e β sΓ¬ β anche per quelli inflitti. PerchΓ© se Γ¨ vero che Israele non ha cercato la guerra, Γ¨ altrettanto vero che ogni giorno che passa la guerra ci cambia, ci scarnifica, ci espone alla tentazione piΓΉ terribile: rassegnarci. E dimenticare che cβΓ¨ ancora qualcuno, lΓ , da salvare.
Qualcuno che noi sentiamo parte di noi come fossero nostri figli. PerchΓ© lo sono.
Γ questa, forse, la frattura piΓΉ difficile da spiegare a chi ci guarda da fuori: la natura del nostro legame, lβintensitΓ con cui viviamo ogni perdita, ogni assenza.
Per molti lettori, ogni morte si equivale: numeri su una bilancia astratta, senza volti, senza storia. Israele e Palestina ridotti a due colonne contabili, come se un neonato strangolato e una vittima civile tra le macerie fossero la stessa tragedia.
Le notizie da Gaza passano come trafiletti: βdue morti qui, cinque lΓ¬β. Un lutto impersonale, da pagina interna. Ma noi no. Noi restiamo lΓ¬, trafitti.
I piccoli Bibas β Kfir, Ariel β li abbiamo attesi come si aspetta un figlio che non torna da scuola. Abbiamo pregato, gridato, pianto.
E quando Γ¨ arrivata la notizia della loro morte, non Γ¨ stata solo una tragedia. Γ stato un collasso. Come se fosse morto un pezzo del nostro corpo.
Questo legame profondo, viscerale, Γ¨ ciΓ² che ci muove. Quando diciamo βportateli a casaβ, o sentiamo parlare di “cessate il fuoco” per noi Γ¨ sangue, carne, famiglie spezzate. Vite che non si possono ridurre a numeri, quando ogni assenza ci parla dalla sedia vuota della nostra tavola.
Essere ebreo oggi significa questo: dover scegliere ogni giorno se chiudersi o farsi lacerare. E noi, ostinati, scegliamo la lacerazione. Anche se ci costa, anche se ci espone.
Dicono che difendiamo Israele per riflesso. Ma il riflesso spesso Γ¨ lβultima cosa che ci Γ¨ rimasta, dopo la lotta interiore. SΓ¬, non siamo perfetti. Ma siamo onesti. E quando affermiamo qualcosa, lo facciamo dopo averlo attraversato tutto.
Con la testa, con il cuore, e con quella parte di anima che ha imparato, nei secoli, a distinguere la forza dalla ferocia, la difesa dalla vendetta, il dialogo dalla remissione e lβidentitΓ dallβidolatria.
Alex Zarfati

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