
Per “colonialismo” si intende la conquista armata di un territorio da parte di uno Stato per sfruttarne le risorse naturali, come minerali, gas, acqua, petrolio, prodotti agricoli, vie di comunicazione, nonché la forza lavoro locale; e a volte anche per trasferirvi una parte della propria popolazione che in patria non ha possibilità di trovare lavoro.
Intorno alla fine dell’Ottocento nell’Europa dell’Est, a causa del moltiplicarsi dei “pogrom” (dei “7 ottobre” ante litteram) che rendeva ormai impossibile agli ebrei il vivere una vita normale in quelle regioni (soprattutto in Russia e in Ucraina), si verificò un esodo davvero biblico, che vide circa due milioni di loro fuggire negli Stati Uniti. Nacque però, com’è noto, anche una seconda tendenza all’interno del mondo ebraico, che vedeva come definitiva soluzione per poter vivere in pace e in sicurezza la graduale creazione di uno Stato ebraico nella regione dell’antico Israele.
In questi giorni, come periodicamente succede, si è parlato delle cause che spingono a emigrare grandi numeri di persone dai loro paesi. Anche Mattarella è intervenuto, sottolineando come in genere chi viene in Europa dall’Africa o dal Medio Oriente lo fa “non per scelta, ma per pura necessità”. Una parte consistente, come molti afghani al ritorno dei talebani, lo ha fatto soprattutto per la mancanza di libertà e di sicurezza, per il concreto rischio della vita e della prigionia, oltre alla negazione di qualsiasi diritto. È lo stesso motivo che ha indotto milioni di ebrei, prima e dopo la terribile stagione dello sterminio nazista, a cercare altrove un luogo dove vivere una vita degna di questo nome. È questo il paradigma in cui collocare la vicenda della nascita di Israele, non certo quello, di cui si straparla, del colonialismo. Si trattadell’esodo di gente perseguitata, che sarebbe rimasta ben volentieri dov’era da gran tempo, ma che ha dovuto andarsene “per pura necessità”.
Giorgio Ragazzini

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