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Iran-USA, in attesa di un accordo

“Non faccio cattivi accordi!” Il presidente USA Donald Trump domenica ha detto di aver istruito il suo team di negoziatori affinché non abbiano fretta di raggiungere un’intesa per porre fine alle ostilità con l’Iran. L’indomani, invece, il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che l’accordo sarebbe imminente e questione di poche ore, poiché è stata avanzata “un proposta piuttosto convincente”. Da Teheran, i toni sono meno precipitosi e vengono ribadite le linee rosse. “Al momento, non si discute la questione nucleare, il nostro focus è terminare la guerra”, ha fatto sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, che aggiunge che “non ci sono garanzie” sul fatto che gli USA rispetteranno un eventuale accordo. Per l’Iran, quindi, pur essendo stati trovati punti di convergenza su molti aspetti di un possibile memorandum d’intesa con gli USA, questo non significa che la sigla di un accordo sia imminente.

di Istituto Ispi | 26 Maggio 2026

“Non faccio cattivi accordi!” Il presidente USA Donald Trump domenica ha detto di aver istruito il suo team di negoziatori affinché non abbiano fretta di raggiungere un’intesa per porre fine alle ostilità con l’Iran. L’indomani, invece, il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che l’accordo sarebbe imminente e questione di poche ore, poiché è stata avanzata “un proposta piuttosto convincente”. Da Teheran, i toni sono meno precipitosi e vengono ribadite le linee rosse. “Al momento, non si discute la questione nucleare, il nostro focus è terminare la guerra”, ha fatto sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, che aggiunge che “non ci sono garanzie” sul fatto che gli USA rispetteranno un eventuale accordo. Per l’Iran, quindi, pur essendo stati trovati punti di convergenza su molti aspetti di un possibile memorandum d’intesa con gli USA, questo non significa che la sigla di un accordo sia imminente. Al momento, circolano alcune indiscrezioni sul contenuto della possibile intesa. Sembra che l’amministrazione Trump voglia estendere il cessate il fuoco e negoziare la questione del nucleare nei prossimi 60 giorni. Al momento, Trump sembra costretto tra due fuochi: la necessità di fermare un’offensiva militare molto impopolare nel paese e le critiche che provengono dal suo partito. Secondo alcuni repubblicani di spicco, infatti, il presidente starebbe facendo troppe concessioni all’Iran.

Su cosa negozierà?

Sebbene lo stesso Trump abbia detto che nessuno ha visto il testo dell’accordo, e che questo non sia ancora stato interamente negoziato, pare che gli USA vogliano concedere lo sblocco degli asset iraniani congelati all’estero. Come riporta il Guardian, l’intesa proposta prevederebbe per l’Iran un alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di beni congelati per un valore fino a 20 miliardi di dollari in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz e dell’avvio di negoziati sul programma nucleare nei successivi 60 giorni, a partire dal 5 giugno, data prevista per nuovi colloqui tra USA e Iran in Pakistan. I dettagli relativi agli ultimi nodi ancora irrisolti non sono stati divulgati.  Una delle questioni cruciali riguarda la richiesta degli Stati Uniti di subordinare lo sblocco degli asset iraniani in Qatar – almeno 6 miliardi di dollari – ai progressi nella consegna dell’uranio arricchito da parte di Teheran. Un altro punto chiave sarà l’universalità della tregua, che per l’Iran deve riguardare anche l’offensiva di Israele in Libano, di cui l’esercito israeliano occupa oltre il 15% del territorio e dove il cessate-il-fuoco non è mai stato realmente in vigore. Sempre secondo le indiscrezioni, l’Iran potrebbe rinunciare ai pedaggi per chi passa dallo Stretto di Hormuz e ripristinare il traffico marittimo entro i prossimi 30 giorni. Il Ministero degli Esteri iraniano aveva detto sabato che i dettagli relativi al passaggio da Hormuz dovranno essere negoziati con le monarchie del Golfo.

Trump troppo debole?

Secondo alcune analisi, Teheran avrebbe interesse a tirarla per le lunghe, facendo affidamento sul fatto che il tempo giochi contro gli USA più che contro l’Iran. E a Washington sono emersi diversi malumori da parte di politici molto vicini al presidente. Tra questi, Mike Pompeo, già direttore della CIA e Segretario di Stato durante il primo mandato di Trump, ha duramente criticato l’accordo attualmente in discussione, giudicandolo troppo simile a quello raggiunto dai negoziatori di Barack Obama e sostenendo che rappresenti un vantaggio per i Pasdaran (IRGC). Pompeo sostiene che l’alternativa dovrebbe essere: “riaprire lo stretto, negare all’Iran l’accesso al denaro. E ridurre a sufficienza le capacità iraniane affinché non possa minacciare i nostri alleati nella regione.” Il senatore Lidsey Graham, un fedelissimo di Trump, afferma che “Se si arrivasse a un accordo con l’Iran perché gli Stati Uniti ritengono troppo difficile proteggere lo Stretto di Hormuz e le infrastrutture petrolifere del Golfo dagli attacchi di Teheran, l’Iran verrebbe percepito come una potenza regionale capace di imporre una soluzione diplomatica alle proprie condizioni. ” Le critiche al presidente arrivano da coloro che sostengono la linea dura contro l’Iran, gli stessi che misero in discussione l’accordo JCPOA siglato da Barack Obama e da cui Trump si ritirò nel 2018. Per loro, questo tipo di accordo significherebbe una vittoria per Teheran e renderebbe inutile la guerra iniziata quasi tre mesi fa.

Segnali di ottimismo?

Dal comportamento dei mercati sembra che la fine della guerra sia vicina.  In primis, l’andamento del petrolio Brent, tornato sotto i 100 dollari al barile, con un calo di oltre il 5% rispetto a ieri. La borsa giapponese ha raggiunto nuovi picchi, sull’onda dell’ottimismo degli investitori per una possibile fine del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Tiepido ottimismo arriva anche da parte pakistana, il mediatore tra USA e Iran. Oggi il premier pakistano Shehbaz Sharif è a Pechino, dove ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping, nel tentativo di contribuire al ritorno della pace e della stabilità nel Golfo. La Cina è uno dei principali destinatari del petrolio che transita da Hormuz e ha tutto l’interesse affinché termini il conflitto. “Le cose procedono nella direzione giusta”, ha detto Sharif, che aggiunge che “il mondo sta attraversando un momento critico”. Una delle incognite sul futuro del negoziato potrebbe essere la posizione di Israele, che ha sin qui agito autonomamente, non rispettando le tregue, al netto della linea condivisa con gli Stati Uniti. Il governo di Benjamin Netanyahu è il più interessato a mantenere alta la pressione contro Teheran, e i ministri più estremisti difficilmente accetteranno richieste che non consentano a Tel Aviv di agire perseguendo esclusivamente i propri interessi a livello regionale. La fine del sostegno iraniano a Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza sono infatti alcuni degli irrinunciabili obiettivi israeliani.

Il commento

Di Valeria Talbot, Head, Osservatorio MENA, ISPI

“Dopo mesi di tensioni nello Stretto di Hormuz, le trattative in corso aprono uno spiraglio verso una possibile soluzione negoziale del conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio. Stati Uniti e Iran sembrano aver compreso che i costi di una contrapposizione permanente sarebbero troppo elevati per tutti. Mentre Washington punta a stabilizzare i mercati e a contenere l’escalation regionale, Teheran mira ad alleggerire il peso delle sanzioni e a uscire dall’isolamento economico internazionale. Restano però irrisolti nodi cruciali, dal programma nucleare iraniano al ruolo delle milizie alleate in Medio Oriente, temi che al momento sembrano esclusi dal tavolo negoziale. Sullo sfondo pesa una profonda sfiducia reciproca, che rende ogni compromesso estremamente fragile e vulnerabile a qualsiasi incidente o provocazione.”

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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