• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Iran, la resa dei conti

Donald Trump torna a stringere la morsa sull’Iran e ribadisce che il tempo per “sedersi al tavolo” sul dossier nucleare sta per scadere. Se Teheran non accetterà le condizioni imposte dagli Stati Uniti, avverte il presidente americano, l’alternativa potrebbe essere un attacco “molto peggiore” di quello condotto a giugno. Il messaggio è affidato, come spesso accade, a Truth, dove Trump parla di una “massiccia armata” in movimento verso l’Iran e richiama esplicitamente al precedente venezuelano. Una flotta più grande, guidata dalla portaerei Abraham Lincoln, pronta ad agire con rapidità e violenza se necessario. Dietro la retorica muscolare, secondo il New York Times, le richieste della Casa Bianca alla Repubblica Islamica sarebbero essenzialmente tre. La rinuncia permanente a ogni forma di arricchimento dell’uranio.

di Alessia De Luca | 30 Gennaio 2026
An anti-U.S. mural on a building in Tehran, Iran, January 24, 2026.

Donald Trump torna a stringere la morsa sull’Iran e ribadisce che il tempo per “sedersi al tavolo” sul dossier nucleare sta per scadere. Se Teheran non accetterà le condizioni imposte dagli Stati Uniti, avverte il presidente americano, l’alternativa potrebbe essere un attacco “molto peggiore” di quello condotto a giugno. Il messaggio è affidato, come spesso accade, a Truth, dove Trump parla di una “massiccia armata” in movimento verso l’Iran e richiama esplicitamente al precedente venezuelano. Una flotta più grande, guidata dalla portaerei Abraham Lincoln, pronta ad agire con rapidità e violenza se necessario. Dietro la retorica muscolare, secondo il New York Times, le richieste della Casa Bianca alla Repubblica Islamica sarebbero essenzialmente tre. La rinuncia permanente a ogni forma di arricchimento dell’uranio. La riduzione del numero e della gittata dei missili balistici. La fine del sostegno alle milizie armate considerate proxy regionali dell’Iran, da Hamas a Hezbollah fino agli Houthi. Fonti americane, tuttavia, riferiscono a Reuters che tra gli obiettivi del presidente ci sarebbe anche quello di creare le condizioni per un ‘regime change’ approfittando della fragilità interna della Repubblica islamica dopo le proteste esplose a metà dicembre e represse nel sangue all’inizio di questo mese, con un bilancio di migliaia di morti. È in questo contesto che oggi, a Bruxelles, i ministri degli Esteri europei hanno deciso di designare il corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, note anche come ‘I guardiani della Rivoluzione’ (IRGC) come “organizzazione terroristica”. Era una decisione auspicata da tempo ma che finora si era scontrata con il veto di alcuni paesi membri. Kaja Kallas, l’Alta rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, ha scritto su X che la repressione in Iran “non può rimanere senza risposta”, e ha aggiunto che “ogni regime che uccide migliaia di propri cittadini sta lavorando per la propria distruzione”. Le sanzioni nei loro confronti prevedono tra le altre cose il congelamento dei loro beni in Unione Europea e il divieto di ingresso nei paesi membri.

Teheran non ha niente da perdere?

La risposta iraniana non si è fatta attendere ed è improntata alla sfida. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scritto su X che le forze armate dell’Iran hanno “il dito sul grilletto” per rispondere a qualsiasi aggressione che “destabilizzerebbe l’intera regione”. Un messaggio rivolto non solo a Washington, ma anche ai paesi del Golfo, allarmati dall’ipotesi di un conflitto che rischierebbe di trascinarsi a lungo e con effetti tutt’altro che prevedibili sulla regione. A rafforzare la linea dura è intervenuto anche Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, secondo cui qualsiasi azione militare statunitense verrebbe considerata l’inizio di una guerra vera e propria e provocherebbe una risposta immediata, inclusi obiettivi israeliani. Se in passato il regime ha cercato di contenere l’escalation, oggi appare convinto che cedere alle richieste americane equivarrebbe a mostrare una debolezza pericolosa. Ogni concessione – è il timore di Teheran – potrebbe incoraggiare il ritorno degli oppositori nelle piazze e accelerare il crollo di un regime sempre meno legittimo agli occhi dei suoi cittadini. Quanto al merito delle richieste americane, gli analisti sono divisi: se sullo stato del programma nucleare, dopo i bombardamenti dell’estate scorsa, gli interrogativi permangono, il governo iraniano non appare disposto a rinunciare ai missili, considerati l’unico deterrente contro Israele. Sul sostegno alle milizie per procura, invece, il quadro è più sfumato e alcuni analisti ritengono che, a corto di buone opzioni e in seguito alle difficoltà economiche, Teheran potrebbe ridurre il suo sostegno agli attori regionali.

Intanto la repressione continua?

Non tutti però sono convinti che bombardare l’Iran favorirebbe un cambio di regime. Al contrario il timore è che anziché rinfocolare le proteste, gli attacchi possano lacerare un movimento già sotto shock dopo la più sanguinosa repressione messa in campo da parte delle autorità sin dalla Rivoluzione del 1979. L’organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti, stima il numero delle vittime dei disordini a 5937, tra cui 214 membri del personale di sicurezza, ma afferma di stare indagando su un numero di decessi superiore ai 17mila. La stessa guida suprema Khamenei ha pubblicamente riconosciuto diverse migliaia di morti durante le proteste, di cui ha attribuito la responsabilità agli Stati Uniti, a Israele e a quelle che ha definito “organizzazioni sediziose”. Fonti mediche iraniane hanno riferito al Guardian che nelle principali città è in corso una campagna di rastrellamenti dei medici che hanno portato soccorso ai manifestanti ricoverati durante le proteste. Almeno un chirurgo, hanno riferito, rischia ora di essere condannato a morte.

Rischio caos?

La leadership iraniana appare indebolita, ma mantiene un controllo saldo nonostante una crisi economica profonda, che resta il principale detonatore del malcontento. Un alto funzionario israeliano ha riferito al quotidiano Ha’aretz che i soli attacchi aerei difficilmente rovescerebbero la Repubblica islamica e se anche gli Stati Uniti uccidessero la Guida Suprema, la Repubblica Islamica “avrebbe un nuovo leader che lo sostituirebbe”. Il problema è che un passaggio di poteri in un momento così delicato, all’interno di una nazione di 90 milioni di abitanti, lacerata da faglie settarie ed etniche, potrebbe determinare l’innesco di una fase di instabilità e caos che andrebbe ben oltre i confini del paese. Un Iran frammentato potrebbe sprofondare in una guerra civile, come accaduto dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, scatenando ondate di rifugiati, l’insorgere di milizie islamiste e interrompendo i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia energetico globale. Non a caso Arabia Saudita, Qatar, Oman ed Egitto stanno facendo pressioni su Washington per scongiurare l’ipotesi di un attacco i cui esiti sarebbero imprevedibili. Per la prima volta, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha garantito al presidente iraniano Masoud Pezeshkian che Riad non permetterà che il suo spazio aereo o il suo territorio vengano utilizzati dall’alleato americano per azioni militari contro Teheran. “Gli Stati Uniti potrebbero premere il grilletto – ha spiegato un funzionario arabo – ma non sarebbero loro a subirne le conseguenze, bensì noi”.

Il commento

Di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre

“Un attacco all’Iran sembra avvicinarsi e le strade sono due: l’operazione statunitense potrebbe rivelarsi poco più che un’azione dimostrativa o innescare un nuovo e preoccupante conflitto. Del resto, un vero ‘cambio di regime’ non sembra possibile se non con la morte o la rimozione dell’attuale guida, Ali Khamenei, eliminando quel tappo che ostacola ogni necessaria ristrutturazione del sistema di potere iraniano e una trasformazione del ‘contratto sociale’ in essere. Tuttavia, anche sul dopo-Khamenei incombono nubi minacciose e il paese più che trovarsi di fronte a un una fase di regime change, rischia di essere trascinato in una vera e propria ‘regime roulette”. 

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti