
di Luigi Toninelli*
Dopo il bombardamento dell’ufficio dell’Assemblea degli Esperti a Qom, avvenuto il 3 marzo nel pieno del processo di nomina del successore alla guida del paese – a seguito della morte di Ali Khamenei –, nella notte tra il 3 e il 4 marzo è giunta la notizia che l’Assemblea avrebbe scelto la nuova Guida (rahbar). Sebbene al momento non vi sia ancora stata conferma ufficiale e sembra che il nome verrà reso noto solo dopo il funerale di Ali Khamenei, secondo molteplici indiscrezioni la scelta sembrerebbe essere ricaduta su Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida. Se questa decisione venisse confermata, ci troveremmo di fronte tanto a un elemento di continuità con la leadership precedente quanto a un potenziale punto di non ritorno per la Repubblica islamica. Infatti, per Teheran si aprirebbe una nuova e inedita fase politica che potrebbe inaugurare una “terza Repubblica islamica” nella quale i pasdaran – il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) – potrebbero assumere un ruolo dominante.
Chi è Mojtaba Khamenei
Secondo figlio di Ali Khamenei, Mojtaba Khamenei si appresterebbe a diventare il nuovo rahbar dell’Iran all’età di 56 anni dopo essere stato votato da Assemblea degli Esperti a forte trazione radical-conservatrice. Pur non avendo mai ricoperto incarichi politici formali, Mojtaba non è affatto un nome nuovo all’interno del sistema di potere iraniano; al contrario, è ritenuto una delle figure più influenti dello stato profondo della Repubblica islamica ed è da anni considerato tra i principali candidati alla successione del padre. Per lungo tempo ha operato all’interno dell’Ufficio della Guida, un agglomerato di potere politico ed economico altamente stratificato. L’Ufficio è inoltre un centro nevralgico non solo per la gestione e la supervisione della vita politica del paese, ma anche per la conduzione di affari economici e l’amministrazione di rendite. Grazie a questo ruolo, ritagliatogli dal padre, Mojtaba avrebbe svolto un ruolo di mediatore e coordinatore degli interessi della Guida. Quella detenuta fino alla morte di Ali Khamenei è una posizione per molti aspetti paragonabile a quella ricoperta da Ahmad Khomeini, figlio di Ruhollah Khomeini, nei primi anni della Repubblica islamica.
Sebbene il suo ruolo effettivo all’interno del sistema di potere iraniano resti difficile da decifrare – avendo sempre operato dietro le quinte – nel corso degli anni Mojtaba ha consolidato la propria influenza nei diversi centri di potere del paese, da quello clericale a quello securitario passando per la sfera politica.
Indubbi sono inoltre i suoi legami con i pasdaran. Grazie al servizio prestato nel Battaglione Habib durante la Guerra Iraq-Iran (1980-1988), Mojtaba Khamenei conobbe e combatté al fianco di numerosi uomini che, negli anni successivi, avrebbero assunto posizioni di rilievo all’interno degli apparati di sicurezza e intelligence iraniani. Tra i membri che combatterono al suo fianco si possono ricordare Hossein Taeb, già capo dell’intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dal 2009 al 2022, e Hossein Nejat, attuale vicecomandante del più importante tra i dieci quartieri generali di sicurezza regionali dell’Irgc e, in precedenza, comandante della guardia speciale di Ali Khamenei (l’Unità Vali Amr). Questi rapporti, instaurati durante la “guerra imposta” – ovvero quel conflitto esistenziale combattuto contro Baghdad – negli anni successivi avrebbero contribuito a consolidare i legami di Khamenei con i pasdaran e più in generale con il sistema di sicurezza del paese. Inoltre, avrebbero permesso a Mojtaba di rafforzare la propria posizione all’interno dello stato profondo iraniano facendo di Mojtaba un anello di congiunzione tra l’Irgc e l’Ufficio del padre. Solidi sarebbero anche i suoi interessi economici e traffici nebulosi al di fuori della Repubblica islamica. All’inizio dell’anno un’inchiesta di Bloomberg aveva rivelato come Mojtaba Khamenei, attraverso un intermediario, avrebbe costruito in Occidente un impero finanziario da 138 milioni di dollari che comprende “spedizioni nel Golfo Persico, conti bancari svizzeri e proprietà di lusso nel Regno Unito”.
Considerato da molti tra i principali artefici della repressione dell’Onda Verde del 2009, Mojtaba non sembra poter contare su un bacino di consenso più ampio di quello del padre e non appare destinato a ricucire il tessuto sociale iraniano dopo anni di proteste e repressione. Sebbene persone a lui vicine tentino di accreditarlo come una sorta di Mohammad bin Salman in versione iraniana – cercando di attribuirgli un profilo pragmatico e moderato – appare difficile immaginare che possa svolgere il ruolo di traghettatore verso una reale modernizzazione e laicizzazione del paese.
E ora, la terza Repubblica islamica?
La nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida dell’Iran rappresenterebbe al tempo stesso un elemento di continuità e un punto di rottura ideologico. Da un lato, la scelta di un profilo come il suo risponderebbe a una duplice esigenza: perseguire la vendetta per l’uccisione del padre – ma potrebbe essere anche l’unica figura, in quanto figlio della Guida uccisa, capace di legittimare un’eventuale tregua senza provocare fratture interne al sistema di potere; dall’altro, garantire la prosecuzione del lavoro portato avanti negli ultimi anni dall’Ufficio della Guida. La sua nomina, quindi, potrebbe costituire una garanzia per gli interessi dello stato profondo iraniano di cui Khamenei figlio è espressione diretta. In questa prospettiva Mojtaba rappresenta una scelta funzionale volta a evitare spaccature nella catena di comando in tempo di guerra e a offrire continuità e sicurezza a chi detiene il potere.
Al contempo però la sua designazione potrebbe sancire non solo una definitiva discontinuità con la Repubblica islamica creata da Ruhollah Khomeini, ma anche con quella plasmata dal padre, Ali Khamenei. La Repubblica islamica si troverebbe davanti a una svolta non di poco conto. Per l’establishment non sarebbe affatto semplice giustificare e legittimare agli occhi di parte del clero sciita e della popolazione un passaggio del potere diretto e patrilineare. Infatti, la scelta dell’Assemblea degli Esperti produrrebbe un precedente inedito e problematico. Fin dagli albori della Rivoluzione iraniana tale eventualità era stata esplicitamente rigettata dalla leadership iraniana e lo stesso Khomeini si era più volte espresso contro la trasmissione del potere da padre a figlio, giudicandola come “anti-islamica”. L’Iran si troverebbe così esposto all’accusa di aver rovesciato una monarchia per instaurare una forma di governo non del tutto dissimile. In definitiva, se Mojtaba dovesse essere nominato verrebbe valicata l’ennesima linea rossa fissata agli albori della Repubblica islamica. In questo caso a sancire la fine della “seconda Repubblica islamica” non sarebbe una riforma costituzionale come quella che mise fine al sistema creato da Khomeini e che permise a Khamenei di diventare Guida, ma un accordo tra i vari centri di potere che de facto, al fine dell’autoconservazione, si mostrerebbero disposti a mettere da parte uno dei principi fondanti della rivoluzione. Il secondo dopo il declassamento del rango utile ad accedere al ruolo di Guida che permise a Khamenei di essere nominato.
Inoltre, se da un lato il forte legame di Mojtaba con i pasdaran potrebbe contribuire a preservare gli equilibri interni, dall’altro rischierebbe di rafforzare ulteriormente la presa dell’Irgc sul paese. Il pericolo che una figura così strettamente connessa agli apparati di sicurezza possa accelerare quel “colpo di stato strisciante” in atto da tempo appare evidente. Khamenei figlio potrebbe dunque essere tanto una tutela degli interessi dello stato profondo quanto l’uomo dietro cui si nasconderebbero i pasdaran. A rendere evidente un progressivo spostamento del potere in Iran vi potrebbe anche essere il fatto che Mojtaba intrattiene rapporti solidi con l’attuale presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, e con il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, Ali Larijani. Due figure che, sul piano politico, potrebbero collocarsi ai vertici del prossimo Iran e che potrebbero assolvere al ruolo di leader “bonapartista”. I due politici sono pienamente integrati nel sistema di potere della Repubblica islamica e graditi ai pasdaran – di cui hanno fatto parte –, per questo motivo potrebbero rappresentare tasselli centrali del nuovo assetto istituzionale del paese.
La roulette iraniana sembra rallentare e il sistema di potere dell’Iran post-Khamenei delinearsi con più chiarezza. Tuttavia, la ruota non si è ancora fermata e in questa situazione di crisi potrebbero emergere nuove e inedite sfide.
Luigi Toninelli
*Istituto Ispi

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