
Sono passati tredici giorni dal 28 febbraio. Tredici giorni che hanno già raccontato molto più di quanto dicano le conferenze stampa e i comunicati ufficiali.
Il regime di Khamenei combatte ormai con gli strumenti che restano a chi non può sostenere una guerra convenzionale prolungata. Bombardamenti isolati, lanci in ordine sparso, droni, minacce cicliche sullo stretto di Hormuz. Una guerra ibrida che serve soprattutto a mantenere in piedi la narrativa interna e a mostrare al mondo un’apparenza di iniziativa.
A questo si aggiunge un’altra leva che Teheran utilizza da sempre quando si trova sotto pressione: il petrolio. Le tensioni e le possibili restrizioni al traffico nello stretto di Hormuz fanno immediatamente salire il prezzo del greggio sui mercati internazionali. È una pressione indiretta sull’economia globale, un modo per ricordare al mondo che una parte consistente del petrolio mondiale passa proprio da quel corridoio marittimo. È l’unica arma negoziale rimasta realmente nelle mani di Teheran e, quando le risorse militari si assottigliano, la leva energetica diventa parte integrante della strategia.
Nel frattempo, a Washington, Donald Trump continua il suo show mediatico e si muove come un elefante in una cristalleria, come se il conflitto fosse un palcoscenico politico. Conferenze stampa, dichiarazioni teatrali, annunci improvvisi e spesso incongruenti. Un protagonismo che lascia molti osservatori internazionali perplessi e che sorprende persino parte dell’establishment israeliano, con Netanyahu in testa.
Il quadro che emerge è quasi paradossale. Da un lato un regime che cerca di resistere colpendo dove può, con ciò che ha, e agitando la carta energetica per creare pressione economica globale. Dall’altro una leadership americana che trasforma ogni passaggio geopolitico in un evento mediatico.
Nel mezzo resta l’Europa, che osserva e prende progressivamente le distanze da un alleato storico oggi percepito come politicamente inattendibile, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Un rapporto che appare congelato, in attesa che alla Casa Bianca torni a sedere un interlocutore considerato più prevedibile e credibile.
E mentre la diplomazia si muove con cautela, il calendario continua a scorrere. Giorno tredici. Direi davvero che c’è poco da aggiungere. Non resta che osservare e incrociare le dita, perché con Trump non si sa mai cosa possa accadere il giorno dopo.
Piero Terracina

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