
Dietro il mito della invincibilità russa, la paura che l’esempio di una “Ucraina europea” contagi i giovani di Mosca e San Pietroburgo. La guerra di propaganda è una disperata trincea contro il futuro
Esiste un terreno in cui l’apparato di Mosca appare formidabile: è quello della propria narrazione. Pensiamo allo slogan ampiamente diffuso “La Russia non ha mai perso una guerra”. Il mito della “Russia invincibile” ovviamente non appartiene alla storiografia, ma alla propaganda. Gonfiare l’immagine della propria potenza fino a mostrarsi come invulnerabili è un meccanismo arcaico, persino biologico, che precede l’uomo: basti pensare agli animali che gonfiano la pelliccia per simulare dimensioni maggiori e intimorire l’avversario prima della lotta. Una vera e propria “guerra cognitiva” primordiale, specchio di quanto abbiamo visto accadere nei mesi passati sui nostri media, dove noti accademici o persino alti graduati in pensione –fatto ancor più grave per chi ha vestito la divisa – si sono affacciati agli schermi televisivi e nelle finestre social non per offrire analisi complesse, ma per eseguire veri e propri atti di propaganda per conto di una nazione straniera.
Se però ripuliamo il campo dalla nebbia informativa e restituiamo la parola alla storia, il mito dell’imbattibilità russa crolla sotto il peso dei fatti. La cronologia del Novecento, del resto, è impietosa con il Cremlino. Già nel 1905 la Russia zarista venne clamorosamente sconfitta dal Giappone, una potenza uscita solo da pochi decenni dal suo Medio Evo feudale. Quindici anni dopo, nel 1920, furono i polacchi a sconfiggere l’Armata Rossa sovietica che tentava di riprendersi i territori dell’ex impero, mentre nel 1940 la piccola Finlandia, con un rapporto di forze totalmente a sfavore, riuscì a bloccare le truppe di Stalin nella Guerra d’Inverno. Bisogna poi soffrire di una grave amnesia ideologica per dimenticare come la disfatta in Afghanistan abbia accelerato il collasso dell’URSS, o come la stessa Guerra Fredda sia stata, a tutti gli effetti, una Terza Guerra Mondiale ibrida persa rovinosamente dai Russi, nonostante potessero contare su quinte colonne strategiche e fortissimi partiti collaborazionisti in Occidente (pensiamo in Italia al PCI che arrivava al 30% dei consensi e controllava almeno due regioni importanti).
Persino l’argomento classico della formidabile reazione russa quando viene attaccata in profondità – la memoria della “Grande Guerra Patriottica” – è ampiamente rivedibile sul piano storico. Durante la Prima Guerra Mondiale, sotto l’urto tedesco, la Russia collassò e fu costretta ad accettare il durissimo armistizio di Brest-Litovsk, cedendo ampie parti di territorio prima che la Germania fosse a sua volta sconfitta, ma sul fronte occidentale. Nella Seconda Guerra Mondiale, poi, la resistenza contro l’invasore nazista fu possibile solo grazie all’immenso e vitale supporto logistico e industriale degli anglo-americani, un fattore troppo spesso dimenticato dalla storiografia di regime.
Ciò che oggi destabilizza profondamente l’élite moscovita è la natura stessa del confronto attuale. L’espansione della NATO o il sostegno europeo all’Ucraina non mirano a una mitologica aggressione per conquistare il cuore della Russia, ovvero Mosca o San Pietroburgo; il supporto occidentale è persino blando, dato che non risultano truppe francesi o tedesche sul fronte del Donbass. La coalizione dei Volenterosi (dalla quale si è sfilata, e non è poco, l’America di Trump) sta semplicemente sostenendo il desiderio di indipendenza di nazioni che il Cremlino ha sempre considerato come lo zerbino di casa propria. Nasce da qui un cortocircuito semantico tutto russo: nella lingua ufficiale di Mosca, viene definita “invasione” qualsiasi cosa ostacoli la sua storica attitudine all’occupazione dei vicini.
Per comprendere l’ossessione dell’attuale leadership russa bisogna guardare a cosa è scattato con la rivoluzione di Maidan a Kiev. La paura del Cremlino non era di natura strettamente militare, ma culturale: il timore profondo dell’effetto trascinamento. Come i giovani polacchi e baltici hanno contagiato i coetanei ucraini, spingendoli a smettere di coltivare le rassicuranti nostalgie dell’Unione Sovietica, così il vertice autoritario russo ha temuto che la modernità occidentale potesse attecchire alle sue porte. Se l’Ucraina diventa un Paese europeo, nel giro di pochi anni anche i giovani di Mosca e San Pietroburgo smetteranno di voler fare i soldatini per le sfilate del 9 maggio. Vorranno, legittimamente, essere europei e occidentali: sotto traccia, le nuove generazioni delle grandi città russe lo sognano già. Ed è esattamente per questo che la leadership russa è costretta a mandare a morire al fronte non i figli della borghesia urbana, ma i giovani delle etnie subordinate della Siberia e della Russia profonda. La guerra di Mosca, prima ancora che geopolitica, è una disperata e sanguinosa trincea scavata contro il futuro.
Alfonso Piscitelli

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