Record personale: solo sette notti su trenta a casa. Cinque nazioni e tre continenti (non so se essere sopresa o depressa). Un ultimo sforzo, poi il rientro da Londra (mi godrò qualche giorno di calma). Quando, dipende dal referendum. Se per l’esito fosse necessario attendere anche il voto per posta (dei residenti all’estero) allora non prima di domenica. Altrimenti venerdì.
Il clima è di parziale cazzeggio. Di giorno si calcolano i rischi e si studiano le destinazioni più convenienti dove trasferirsi se i Brits uscissero dall’Unione. La sera sciambola (infatti sto per uscire con amici).
Ieri ho scoperto il mio rating.
Un’azienda quotata ottiene un “investment grade” (di merito creditizio) attraverso un rating che paga e richiede ad un’agenzia. Lo si chiede come una pagella da mostrare all’esterno, altrimenti nessuno valuta investimento. L’agenzia che emette il rating (come quella rompiscatole di Moody’s o di Standard and Poor’s) ha un preciso modello di calcolo e poi l’indipendenza (non può fare consulenza agli investitori). Se fosse sbagliato, come può succedere, l’agenzia fa una figuruccia e perde clienti (come un’università che regala lauree agli studenti, alla fine fallisce perché non valgono).
Solo che io questo rating non lo avevo chiesto. Ma capita. Si chiamano “unsolicited rating”: se un’azienda è di un qualche interesse, ti fanno comunque il rating pubblico (gratis). Tiè.
Questo meccanismo è decollato anche con “investment grade” di merito etico: il rating ha lo stesso meccanismo ma ha per oggetto la sostenibilità (Standard Ethics è una spietata esecutrice di questo metodo). Così, i fondi d’investimento chiedono che l’azienda si doti di un rating pubblico di “merito creditizio” e alcuni, anche di uno extra-finanziario di “merito etico”. Insomma, che mostri pubblicamente la pagella.
E si sa che la finanza fa scuola!
Che anche tra i maschietti vi fosse una tendenza ad attribuire un certo “investment grade” femminile, non avevo dubbi. È argomento dibattuto anche tra le mie amiche. Quindi, presumo, sia cosa diffusa. Quello che (invece) non conoscevo erano i dettagli del mio, che più o meno suona così: affidabilità (credo sia fedeltà): bassa. Propensione alla stanzialità: bassa. Fascino del denaro: molto basso. Fascino del bicipite (e aggiungerei del sedere): molto alto. Fascino dell’intelligenza: livello molto alto. In altri termini, sarei difficile da mantenere, impegnativa da gestire, ad alta redditività (sentimentale e sessuale), a rischio di volatilità. Costi benefici? Duri da calcolare. Se si volesse una che stiri pedalini e mutande, allora sarebbero guai. D’altronde, è arcinota la correlazione inversa tra chi porta qualche soddisfazione intangibile (anche carnale) e chi porta la cotoletta impanata a tavola. Le due cose insieme (come vorrebbero) non sono possibili (giova sempre ripeterla sta cosa qua (!) perché davvero (!) alcuni sono duri-duri di comprendonio).
Comunque, messa così, ne ero uscita maluccio. Poi, il vecchio amico ha tentato di smussare peggiorando la situazione: ha raccontato di cose su di me che hanno raccontato alcuni che hanno saputo da altri a cui erano state raccontate da chissà chi. Sorpresa dal pettegolezzo ho vibratamente negato. In realtà, ero incredula dall’accuratezza del racconto (ma non gliel’ho detto). Si trattava di performance trasmesse con rara precisione. So bene (quindi) da chi vengono e c’è da complimentarsi per la fedeltà della trasmissione dati che pur passando di bocca in bocca non ha perso i dettagli più scabrosi. E non immaginavo destassero tanto apprezzamento (buono a sapersi). Con questa fama non avrò problemi a ricollocarmi (ovviamente solo qualora dovessi mai tornare single). Un po’ come la Gran Bretagna.

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