Intervista (immaginaria) all’ex leader del Pci. Fare il leader di un grande partito significa dargli un futuro e una prospettiva e non vivere – come accade oggi – in modo subalterno le decisioni o, peggio, le opinioni altrui.

Diciamo dall’89 in poi…
“Più o meno”.
A causa della fine del comunismo…
“Sulla parola fine, ci andrei piano. Ma mi rendo conto che la cosa può avere influito. Quello che però non riesco ad accettare è l’atteggiamento dei miei ex compagni; insomma l’idea che il comunismo non solo era finito ma, in realtà, non era mai esistito. Anzi, che non erano mai esistiti, almeno qui in Italia, i comunisti”.
Sta pensando a Veltroni?
“Certo; ma soprattutto a Occhetto. Perché è a lui che si deve la teorizzazione del “nuovo”come valore positivo in sé”.
Mentre Lei esaltava la continuità…
“‘Veniamo da lontano’, così dicevo. Perché pensavo che tutte le grandi organizzazioni debbano misurarsi con i tempi lunghi, praticando, quindi, la giusta commistione tra rinnovamento e continuità. Questo era il mio partito; mentre l’accrocco che è stato costruito oggi mi sembra sempre in balia degli eventi proprio perché privo di qualsiasi rapporto con il proprio passato”.
Parla del rapporto con il governo Monti?
“Esattamente. Qui si stanno riproducendo, e in modo drammatico, tutte le tentazioni cui è da sempre soggetta la sinistra. Da una parte la subalternità; dall’altra l’estremismo, magari – ma questo peggiora ulteriormente le cose – puramente verbale. Da una parte chi si identifica, senza riserve, con la linea dell’esecutivo; dall’altra chi sbraita contro il “governo dei padroni”.
Mentre Lei…
“Non stiamo parlando di me, ma del partito che ho diretto per decenni. Se ci fosse ancora quel partito, questo avrebbe discusso, e tanto, ma al suo interno; e senza sbandierare le sue divergenze. Ma poi avrebbe trovato la sintesi”.
Una sintesi difficile…
“Ma niente affatto almeno per un partito diretto da persone interessate ad agire insieme per modificare, nella misura del possibile, la realtà e non ad ‘assumere delle pose’ a beneficio di se stessi e dei giornalisti amici. E il giudizio di quel partito sarebbe stato più o meno questo: ‘È vero; il governo Monti è altro da noi, ma è comunque nel nostro interesse appoggiarlo’. Perché, oggettivamente (è questa la parola chiave), al di là delle sue scelte specifiche, rappresenta un salto di qualità nel confronto politico in atto nel nostro Paese, ponendo al centro dell’attenzione i problemi della riforma e del cambiamento e con essi, quelli del nostro rapporto con l’Europa e del futuro stesso dell’Unione”
Ma non è questa la linea di Bersani?
“Diciamo che il mio successore ha le coordinate giuste; senso del possibile, convinzione che il futuro del partito sia nell’adottare una linea socialdemocratica, ma senza sbandierarlo. Però, per fare il leader occorrono due cose: possederne l’autorità e, anche, mi consenta, gli attributi. Nel concreto, dire con chiarezza cosa si vuole fare e con chi e, con altrettanta chiarezza, dire quello che non si deve fare. E qui non ci siamo proprio”.
Può farci degli esempi?
“Mi rendo conto che Bersani opera in condizioni diverse, e più difficili delle mie. Io facevo la guerra di trincea, lui è in piena guerra di movimento. Ma in ogni caso fare il leader di un grande partito significa dargli un futuro e una prospettiva e non vivere – come accade oggi – in modo subalterno le decisioni o, peggio, le opinioni altrui. Direi, per concludere, che la passività non aiuta. Non aiuta il Pd, ma nemmeno gli altri. Così dobbiamo stare con Monti e con l’Europa, ma a condizione di preservare la diversità delle nostre impostazioni. E ancora possiamo lasciare aperte le questioni dei programmi e delle alleanze, ma a condizione di offrire una qualche indicazione in proposito. E, infine, lo lasci dire da un nostalgico del primato della politica, possiamo dare una mano alla Cgil, ma a condizione di non allinearci preventivamente sulle sue posizioni”.
Un ultimo messaggio; magari per noi socialisti?
“Se fossi Veltroni potrei dire ‘non sono mai stato antisocialista’, ma potrei facilmente essere smentito. Quello che posso dire è che avrei sempre mantenuto un rapporto politico con voi. Mentre…”
Questa intervista immaginaria si conclude improvvisamente perché l’autonomia dell’ex segretario è ridotta a pochi minuti di vita ogni tanto.

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