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Marta Cartabia: «Dobbiamo tutti “imparare a imparare” dall’altro»

É stata Ministro della giustizia nel governo Draghi e la prima donna nella storia dell’Italia repubblicana a ricoprire la carica di Presidente della Corte costituzionale. È Marta Cartabia, classe 1963. Riproniamo, per gentile concessione dell’autore, la versione integrale, mai pubblicata, di questa intervista del marzo 2019, quando era ancora Vice Presidente della Consulta.

di Sara Cariglia | 1 Marzo 2023

Indossa un foulard color blu reale, in tinta con il cielo invernale che dal Colle Quirinale si apre oltre le finestre del suo ufficio sulla Capitale. La stanza è una delle più istituzionali del Palazzo della Consulta, dal 1955 sede della Corte costituzionale. Siede su un divano damascato giallo ambrato ed è depositaria di una sapienza dorata che ben si concilia con la pregevolezza del contesto. Lo sguardo è quello dolce di una madre, disciplinato di un giudice e lungimirante di una donna. La terza ad essere stata nominata giudice costituzionale nella storia repubblicana. Entra a Palazzo della Consulta nel 2011 e ricopre dal 2014 l’incarico di Vice Presidente. Certamente la più giovane. Si chiama Marta Cartabia ed è nata a San Giorgio su Legnano cinquantacinque anni fa.

Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano, e ora tra i «custodi» della Costituzione, il profilo della professoressa Cartabia era balzato agli onori della cronaca perché tra i nomi in pole per la presidenza del Consiglio era stato annoverato anche il suo. Ma ancora oggi, a settant’anni dal vaglio della «Magna Carta», le istituzioni di vertice della Repubblica non hanno avuto alcuna presidenza «rosa»: «Bisogna avere pazienza. È stato fatto un grande cammino, soprattutto se pensiamo che la prima legge che ha permesso alle donne di accedere alla magistratura risale al 1963, ma una lunga marcia ancora ci attende» ci ha confidato la professoressa, la quale in tema di emancipazione femminile si dice davvero fiduciosa: «Se in cinquantacinque anni il cammino è stato così significativo, non possiamo che aspettarci presto ulteriori approdi». Anche se dall’alto della sua posizione, la vera sfida, assicura, «non è tanto, o soltanto, imparare a essere donna in una Corte suprema o costituzionale, ma imparare a essere sempre se stessi in un ambiente di potere, senza snaturarsi mai».

Oltre a essere Giudice costituzionale, chi è Marta Cartabia? 

«Diciamo che mi penso anzitutto come donna, moglie e madre di tre figli. Sono diventata una giurista quasi per caso e mi sono appassionata a questo mondo strada facendo, nel periodo degli studi, non tanto perché avessi in mente degli obiettivi professionali specifici, ma per il bisogno urgente e pungente che sempre ho avuto di soddisfare la mia sete di giustizia. Come tanti bambini, anch’io sentivo molto forte il senso d’ingiustizia e volevo contrastarlo. Non provengo da una famiglia di giuristi e il mio, ci tengo a sottolinearlo, è stato un percorso che si è realizzato rispondendo a occasioni che si sono presentate senza mai progettare nulla».

Avrebbe mai immaginato di diventare Vice Presidente della Corte costituzionale?

«Neanche per sogno! Mai, neppure il giorno prima di quel 31 agosto 2011 quando il Capo dello Stato mi convocò al Quirinale. Ero appena tornata da un lungo soggiorno all’estero e non avevo mosso un dito perché questo accadesse. Qualcuno mi aveva accennato l’eventualità qualche settimana prima, poiché si aspettava una nomina presidenziale, ma ci avevo riso sopra: una carica impensabile per una donna di quarantotto anni. Non avevo esperienza d’incarichi pubblici, il mio era un profilo puramente accademico, ma ricordo che non ebbi nessuna esitazione ad accettare. Non mi sono mai tirata indietro davanti a nulla, proprio perché sono convinta che ciò che accade nella realtà racchiuda una promessa da esplorare. Mi affido molto alla vita, anche se, certo, non mi sono mai risparmiata l’impegno nello studio e nel lavoro».

Lei è giudice delle leggi. Solitamente i giudici non giudicano le leggi, le applicano.

«Mi viene in mente una domanda che qualche anno fa mi fecero dei ragazzi e che trovai di una profondità e di un’intelligenza estreme: «È più difficile giudicare le leggi o giudicare gli uomini?». Rispondo che per giudicare al meglio le leggi si devono sempre avere negli occhi le persone alle quali quelle leggi si rivolgono». 

Da giudice donna, qual è il più grande insegnamento che pensa di lasciare ai giovani?

«Vivere sempre intensamente la realtà così come ci si presenta davanti, custodendo nel cuore gli ideali che ci fanno ardere. Realtà e ideali. Una realtà vissuta come amica, animata da una grande idealità. Dove l’idealità deve diventare realismo per non trasformarsi in violenza o prepotenza e dove il realismo non diventi scetticismo, cinismo o frustrazione. È dunque indispensabile che la vita sia sostenuta da pensieri e desideri grandi, che dia corso alle proprie aspirazioni, anche se un po’ ambiziose. Strada facendo bisognerebbe imparare – e questa è la grande lezione che la maturità porta – che c’è sempre qualcosa di più grande dei nostri pensieri. Come diceva Shakespeare «Ci sono più cose in cielo e in terra […] di quante ne sogni la tua filosofia». Ciò non vuol dire che la tua filosofia sia sbagliata, ma che questa deve sempre essere messa alla prova con quello che c’è. La cosa più brutta che può capitare crescendo è il dover mettere da parte quei grandi sogni e quei grandi ideali per lasciare il passo a una quotidianità arida e rassegnata».

Esiste un articolo della Costituzione che per lei ha valore supremo?

«L’articolo 2. Trovo sia quasi poetico. È il faro, perché è frutto della cultura italiana e della condizione peculiare in cui l’Italia era venuta a trovarsi al momento della fondazione della Repubblica. Il suo centro è la persona che viene prima di ogni legge e di ogni istituzione dello Stato e in vista della quale tutto il resto deve essere ordinato. La persona come individuo e nella sua vita sociale. Ma il punto focale è sempre la persona».

Se ne dovesse stilare uno (non ancora contemplato dalla Carta)?

«Non serve scriverne un altro perché la Costituzione ha dentro una ricchezza semantica tale che permette di estrarre continuamente nuovi significati, idonei ad affrontare le problematiche contemporanee, anche se sono diverse rispetto a quelle del passato».

Potrà sembrarle paradossale questa domanda, proprio perché lei è una paladina della Costituzione: Marta Cartabia è ribelle alle regole?

«Come indole non sono certamente un’anarchica, ma neppure una che affronta la vita con rigidità. La flessibilità è una virtù che coltivo sia nel quotidiano sia nelle leggi. Persino quando cucino non seguo quasi mai alla lettera la ricetta che mi viene spiegata. E per quanto riguarda i miei figli, non sono mai stata una persona che esige la precisione fine a se stessa. Serietà e impegno sono ingredienti essenziali, ma non serve impuntarsi sugli schemi. Questo insegnamento lo devo anzitutto a mia mamma: regole sì, ma con ragionevolezza, che è anche un principio cardine del nostro sistema di giustizia costituzionale».

La Corte ha contribuito a creare la parità fra i generi eppure nella storia repubblicana sono state elette giudici costituzionali solo cinque donne. Questa situazione di minoranza all’interno di un collegio tradizionalmente maschile come vi fa sentire?

«Intanto ho vissuto due stagioni: nella prima ero sola con quattordici uomini; nella seconda il clima è cambiato perché non ero più l’eccezione. Per me è stata una fortuna trovare in alcuni uomini di grande valore degli alleati leali. A loro sono veramente grata, perché mi hanno corroborata, non per un atteggiamento di paternalismo, ma perché riconoscevano il valore del mio apporto al lavoro della Corte e mi hanno dato molta sicurezza. Imparare a farsi rispettare in un ambiente dove si è totalmente in minoranza è un compito personale, di ciascuno. Ma l’aiuto degli altri è altrettanto indispensabile. Certo, ci vuole pazienza, coraggio e un po’ di lavoro in più poiché bisogna superare qualche pregiudizio, ma non bisogna pensare che gli uomini siano tutti nemici. Anzi, se devo dire la verità non è tra le mie prime preoccupazioni quella di sottolineare la differenza di età, di sesso o di condizioni sociali».

Non pensa che quella italiana sia una democrazia imperfetta perché non abbastanza rispettosa dello spirito plurale, aperto alle differenze, tipico della nostra Costituzione?

«Dobbiamo tutti “imparare a imparare” dall’altro. Chi ha viaggiato molto e vissuto in situazioni di diversità perché esposto alle differenze si abitua a guardare la cultura altrui con occhio valorizzatore, abbeverandosi del modo di fare del prossimo. Dovremmo allenarci a usare questo sguardo perché è conveniente e ci arricchisce».

A proposito di uguaglianza, ultimamente, in occasione del Viaggio nelle carceri, con cui i giudici della Corte costituzionale hanno visitato alcune carceri italiane, è entrata a San Vittore per testimoniare che la Costituzione è scritta anche per i detenuti. Qual è il dono più inaspettato che le ha regalato quell’esperienza?

«È stata una delle giornate più forti vissute negli ultimi tempi. Innanzitutto, per l’affetto e l’attesa con cui sono stata accolta. Ciò che mi hanno insegnato è che la vita può ricominciare sempre, in qualunque situazione. Questo me l’hanno regalato loro. E Dio solo sa quanto abbiamo bisogno – tutti! – di rinascere in continuazione, perché tutti facciamo errori. Magari non sono sbagli che portano alla condanna penale, ma se non ci fosse questa possibilità di ripresa continua, avremmo tutti quanti un velo di tristezza mortale addosso». 

Si sa, le carceri sono «cosmopolite» per definizione e quello dell’immigrazione è un tema a lei caro. In Italia, la presenza dello straniero ritiene che sia più una risorsa o una minaccia?

«Di fronte a questo tipo di domande, penso che dobbiamo rispondere con l’esperienza, più che con la teoria. Inviterei tutti a chiedersi: chi sono gli immigrati che attraversano le nostre giornate? Il mio primo pensiero va alla mia «santa» Nina, una donna splendida, che viene dall’Ucraina e che regge i destini di casa quando non ci sono, che si è sposata con un italiano e ha fatto crescere una figlia e una nipote che ora vivono felicemente in Germania. Poi non posso non pensare al mio gentilissimo portinaio, Gabriel, proveniente dal Perù, che si adopera per far funzionare tutte le cose del palazzo in cui abito e dà un po’ di conforto e di aiuto ai tanti condomini anziani. Potrei continuare con l’elenco: posso solo dire che la mia vita è affidata a queste persone perché tanta della loro professionalità sostiene l’esistenza mia e della mia famiglia. Certo, vedo anche le persone agli angoli delle strade che sono arrivate piene di speranze e aspettative e che non riescono a trovare un lavoro e finiscono col chiedere l’elemosina. A volte avverto un profondo senso d’inquietudine per loro; a volte quando vedo sotto casa i ragazzi che spacciano sostanze stupefacenti mi turbo, per me e per i miei figli, oltre che per loro. Quello che dovremmo imparare è partire dalla realtà senza focalizzarci su immagini astratte o deformate degli immigrati. La loro presenza è una risorsa ed è anche problematica; sono l’uno e sono l’altro. Ci sono problemi da risolvere, ma sono una presenza che ci arricchisce umanamente e socialmente».

In merito alla tutela degli immigrati quale contributo ha dato la Consulta?

«Sono numerosissime le decisioni prese. La Corte parte dal principio che lo Stato ha il potere di controllare i confini e di regolare l’immigrazione garantendo che questa avvenga dentro un certo ordine. Ci sono provvedimenti, per esempio, che confermano che l’immigrazione irregolare è sanzionata. A ogni modo, nella giurisprudenza della Corte, sicurezza, eguaglianza e solidarietà formano un trinomio che non si può disgiungere; sono tre perni che, come ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vanno tenuti insieme, perché dove c’è solidarietà e uguaglianza ci sono anche meno problemi di sicurezza».

A che cosa non rinuncerebbe di se stessa?«A un vero ascolto dell’altro. È la Corte che me lo ha insegnato. Il nostro è un collegio di quindici persone dotate di grande personalità e con vissuti completamente diversi. Pensi che cosa accadrebbe se non riuscissimo a trovare un accordo! In un contesto così, sono due le strade percorribili: o ti metti in guardia rispetto all’altro per preservare la tua ragione oppure la grande possibilità che ho scoperto in questi anni è di abbassare veramente le difese e ascoltare fino in fondo le ragioni dell’altro, cercando di cogliere l’apporto cui io non ero arrivata. «Concediti di cambiare idea!» direbbe Sofocle nella bellissima tragedia di Antigone. Perché in fondo siamo tutti esseri finiti, limitati. Credo che questo atteggiamento nel lavoro della Corte sia un collante sociale ma anche un fattore di grande serenità interiore perché se guardo l’altro come una potenzialità, come un valore – e non come un possibile nemico – sono distesa e non ho nulla da perdere».

Sara Cariglia

per gentile concessione dell’autore

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, anziani, capo dello stato, carceri italiane, corte costituzionale, costituzione, democrazia, diversità, germania, giovani, giurisprudenza, intervista, italia, lavoro, magistratura, merito, milano, mondo, persone, presidente della repubblica, presidenza del consiglio, provvedimenti, repubblica, trovare un lavoro

Info Sara Cariglia

Sara Cariglia: “?Disegno emozioni, spiffero vizi e ricerco virtù. Scrivo solo se ne vale la penna. Il mio “canto” è libero. Sempre.”

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