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Infoproviding unge le ruote di Internet

di Giuseppe Mele | 2 Marzo 2014

L’infoproviding –si è sviluppato all’incrocio degli studi statistici informatici con quelli finanziario-borsistici. Si è sviluppato nella consulenza d’impresa soprattutto lato investimenti ed acquisti ma da anni è divenuto la fonte primaria di ogni analisi economica e sociale e quindi politologica.

l43-internet-121227093155_mediumLe ruote dell’economia Internet devono essere oliate per correre più velocemente. In altre parole l’economia digitale incontra troppe resistenze, freni e ritardi per esplodere del tutto, resistenze che si trovano nelle infrastrutture nell’industria, nelle persone e nell’informazione. Si tratta del titolo e dell’idea portante del rapporto Boston Consulting Group del gennaio scorso. Nata 50 anni fa BCG è uno dei colossi dell’infoproviding mondiale (fatturato €2,7 miliardi, seguita da Idg a 2,5 e da McKinsey e Bain & Company. Una digressione necessaria sull’infoproviding, letteralmente fornitura di informazioni. In Europa, a parte l’UK, solo la Commissione sostiene il business delle indagini, consultazioni, statistiche e sondaggi applicati all’economia. L’Europa conosce la propaganda e non riesce a dare peso politico alla pubblicità, equiparata intellettualmente all’enigmistica. L’infoproviding –si è sviluppato all’incrocio degli studi statistici informatici con quelli finanziario-borsistici. Si è sviluppato nella consulenza d’impresa soprattutto lato investimenti ed acquisti ma da anni è divenuto la fonte primaria di ogni analisi economica e sociale e quindi politologica. Gli studi delle Università e delle organizzazioni istituzionali nazionali e internazionali sono un costo. L’infoproviding è invece un profitto che non appare tale. Commissionato da enti pubblici e privati, si propone come un punto di vista terzo, con un apprezzabile gusto di sensibilità democratica, attenta alle opinioni di tutti, esperti e non, capace di recepire punti di vista anche alternativi e libertari. Espressione naturale del pensiero delle università Usa e delle grandi scelte occidentali, l’apparente neutrale infoproviding ha sostenuto il liberoscambismo e la politica Corretta; al tempo stesso imponendo i suoi modelli, schemi e dati. Il dibattito nazionale, spesso, senza neanche accorgersene, si basa e fa riferimento ai dati ed agli slogan ripresi, paro paro, dall’infoproviding. Ovviamente c’è chi contesta, a livello accademico e professionale, questo o quel dato: basti pensare al flop subito dal rapporto sulla pirateria del software, rivelatosi un boomerang per la committenza dell’industria IT. La singola contestazione non fa però presa sull’incessante marea di rapporti e dati, tutta proiettata nella stessa direzione, che si fonda sulla credibilità offertale dalle agenzie di rating. L’infoproviding fornisce il quadro delle valutazioni che le rating agencies poi convertiranno in giudizi di valore, sui quali i grandi fondi obbligazionari adegueranno i propri investimenti, con conseguenze immediate per  mercati, i profitti, i salari di ogni paese. Nel contesto globale della digitalizzazione e soprattutto dei flussi finanziari digitalizzati, l’infoproviding ha dunque un ruolo principe,  di deus ex machina. I paesi europei, tra cui l’Italia, si affannano attorno alle loro regole interne di rapporto tra debito, produzione, investimenti esterni, ma guardano troppo in basso. Alzassero lo sguardo, vedrebbero che il flusso degli Ide, del debito, della produzione sono fortemente influenzati dagli indicatori, dalle agenzie  e soprattutto dall’infoproviding, Cercherebbero allora di costruirsene uno proprio. Dovrebbe avere, però, un valore, uno sguardo , una prospettiva globale; e l’Europa non ce l’ha. Ogni paese costruisce un proprio infoproviding che guardando al proprio ombellico, diventa per forza di cose, parte della grande narrazione globale. Non a caso da anni la politica sociologica ha adottato questo termine, accostandolo al primigenio “percezione”. Senza punti fermi, convinzioni chiare, la politologia fa riferimento alle percezioni della gente e narra di una sua interpretazione degli eventi. L’infoproving non è narrazione, non è percezione; è statistica, dati, numeri nei quali vengono tradotti anche i gusti e le opinioni dei manager, dei responsabili, degli attori sociali. E’ l’approccio serio e reale contro il quale la fantasia romanzata della politica appare l’opera di un dilettante. Non è un caso se all’inizio del 2014, il BCG avverte necessità di chiedere una spinta sull’economia Internet, letteralmente una oliata delle sue ruote. L’avvertimento è ancora più solido se si guarda al committente, l’Icaan, Internet Corporation for assigned Name and Numbers. L’Icaan, con il nuovo protocollo di comunicazione Ip6, ha aumentato esponenzialmente la possibile presenza di utenti, enti, imprese ma soprattutto servizi automatizzati sul web, creando anche 700 nuovi suffissi di dominio di primo livello (es..shop, .photo, .auto), destinati a crescere ulteriormente; è sempre di più il governo della Rete mondiale in mano Usa, dopo il fallimento dell’Itu, agenzia Onu telecomunicazioni di riprendere un ruolo istituzionale. L’avvertimento Bgc c’è stato anche al forum economico di Davos: nei primi 20 paesi l’economia digitale varrà €3200 miliardi (1300 nel 2010), di cui 730 in e-commerce per il 45% della popolazione mondiale, con un miliardo di nuovi utenti. Allo stesso palco l’Ilo, altra agenzia Onu parlava della crescita della dissocupazione mondiale e metteva in dubbio la panacea della formazione digitale (“Global employment, risk of jobless recovery”). L’avvertimento arriva mentre l’Europa, appreso di essere spiata oltreoceano, pensa ad una rete sicura, a frenare sulla rete unica, sulla sua neutralità, cioè sull’attuale assenza “doganale” virtuale di controlli sui contenuti. Arriva mentre si discute l’accordo di libero scambio Usa-Ue (TTIP), cioè del 50% del Pil mondiale, del quasi 60% dell’economia digitale e del 30% degli scambi mondiali. Anche qui gli “studi indipendenti” del londinese Centre for Economic Policy Research (Cepr) tanto per cambiare, promettono nuova crescita (€540 a famiglia l’anno) nuovi prodotti e servizi, prezzi bassi, introiti fiscali, nuovo lavoro per €90 miliardi agli americani, 120 agli europei e 100 al resto del mondo, oltre a migliori salute, sicurezza, ambiente e diritti dei lavoratori. Dietro al network del CEPR (750 ricercatori di 237 università) ci sono sponsor tutte le banche mondiali pubbliche e private, dalla Bce in giù, a parte, per pruderie, la Fed. L’Europa si è accorta che avere un lavoro non esime dalla povertà, e non solo in Italia, Portogallo, Spagna, ma anche in Danimarca (rapporto su I rischi della povertà lavorativa). Lo richiama Cacace dall’Isril denunciando una verità, non smentibile dall’infoproviding: “Nei paesi industriali la crescita è strutturalmente bassa, inferiore al 2% e l’elettronica distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”. Si potrebbe emendare sostituemdo il più vasto digitale all’elettronica, riprendendo le parole dell’Economist “Le innovazioni tecnologiche non favoriscono più l’occupazione”. Non per questo il trend digitale può fermarsi. L’infoproviding non ha torto evidenziandone i miglioramenti nell’organizzazione economica e sociale. Pecca solo per l’omessa verità. Il digitale ha bisogno di meno lavoratori rispetto ai clienti necessari e quindi implica la necessità di nuove politiche del lavoro e degli esteri perché come è evidente, indebolisce i relativi poteri nazionali. A proposito il digitale si identifica nella politica industriale Usa, he spesso fa bene agli altri ma non sempre. L’avvertimento Bcg è quindi americano ed invita l’Europa a seguirla. E’ lo stesso tema dei colloqui TTIP, partiti nel 2013, destinati a durare tutto il 2014, dove l’Europa fin dal IV° round di marzo, si farà assistere da 14 esperti volontari di cui 2 inglesi, 2 francesi, 2 tedeschi, 2 danesi, 2 belga, un olandese, un boemo, un finlandese ed una spagnola. Neanche un italiano. 2 i rappresentanti sindacali ( inglese e tedesco), 4 i datoriali (spagnola, tedesco, ceco e finlandese). La maggioranza degli altri, ma soprattutto delle altre è in mano a associazioni improbabili, fumose, non rappresentative, i cui portavoce rendono benbe l’idea dei freak al potere del beat fattosi byte. Sono gli entusiasti dell’infoproviding i cui estensori oltreoceano, a loro differenza, sono duri lavoratori dell’edutainment  (formazione per via pubblicitaria). I sindacati europeo e americano (Ces e Afl) sono contrari all’accordo Usa-Ue, ma non hanno ben argomentato la posizione. I sindacati dovrebbero prendere cognizione delle cose, senza farsi innoluddisti; dovrebbero conquistarsi un proprio infoproviding, magari a spese di quello istituzionale (pagato con le tasse) e dovrebbero denunciare il middleware delle organizzazioni non rappresentative, animate da belle cause e rappresentante da belle persone, che stanno sostituendo loro ed i partiti negli spazi democratici. Magari accellelare i tempi lenti della loro riflessione che rischia di essere bruciata non solo dalla potenza ma soprattutto dai tempi velocissimi degli attori del digitale.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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