Il nodo dei Cinque Stelle e gli errori della campagna elettorale del PD.

Eppure il caso Parma, con la disfatta dell’‘usato sicuro’ del PD, il Presidente della Provincia candidato alla carica di Sindaco della città, avrebbe dovuto far riflettere. Se è vero che i 19 anni della seconda Repubblica si chiudono con un bilancio fallimentare, sarebbe stato giusto e saggio offrire ai cittadini, delusi e impoveriti, una solida prospettiva di cambiamento, l’apertura di un capitolo nuovo della vita e nella storia delle istituzioni. Ha prevalso invece il compattamento del blocco storico della sinistra italiana. Vede bene il prof. Roberto D’Alimonte quando, su Il Sole-24 Ore del 24 febbraio, osserva che il PD non ha scommesso sul cambiamento, ma sulla sua identità: “Il suo nucleo organizzativo e ideologico è ancora quello dell’apparato del PDS”, lo stesso del 1994, la gioiosa e perdente macchina da guerra di Occhetto. Volendo specificare, si può dire che questa volta la guida del nucleo egemone è stata affidata ad un esponente dell’aurea mediocritas del post-comunismo emiliano, coadiuvato dall’attuale Presidente della Regione Vasco Errani, indicato come probabile sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Dunque, registra ancora D’Alimonte, “Renzi può aspettare”. E’ il caso di aggiungere, che la sconfitta del Sindaco di Firenze alle primarie è dovuta proprio alla mobilitazione del sistema organizzativo del PD: una macchina da guerra “domestica”, questa sì ben oliata ed efficiente.
Partito sull’onda delle primarie con la vittoria in tasca, strada facendo Bersani ha rivelato i caratteri dominanti della sua personalità politica. Certo non gli ha giovato il suo bricolage linguistico: il “bersanese”, come lo chiama Miguel Gotor. Anche a causa della mancanza di idee-forza capaci di riscaldare i cuori e accendere speranze (Veltroni nel 2008 aveva parlato al Paese con il discorso del Lingotto sulla bella politica) Bersani resterà negli annali delle competizioni elettorali come il condottiero che smacchiava i giaguari.
Certo, il risultato dell’usato sicuro piacentino-bolognese può sembrare migliore di quello parmense, ma è sfregiato dallo sfondamento delle orde di Grillo. Forse le cose sarebbero andate meglio se i partiti “storici”, modificando la legge elettorale-porcata, avessero restituito ai cittadini il diritto di scegliere i loro parlamentari. Basta fare il raffronto con le elezioni regionali, dove erano in lizza facce nuove, con possibilità di voto disgiunto.
Scrivendo sul giornale che fu diretto da Pietro Nenni, Riccardo Lombardi e Gaetano Arfè mi sia consentito un amaro commento. Nella grande manifestazione del centro-sinistra a Milano in favore di Ambrosoli sono stati chiamati sul palco Romano Prodi (prenotazione per la Presidenza della Repubblica?), Vendola, Tabacci, ma nessun esponente socialista: nella città di Turati, di Greppi, di Aniasi, di Tognoli e di Craxi. Un’altra constatazione: Prodi non ha portato bene; parimenti, e secondo tradizione, non ha portato bene l’abbraccio del giornale-partito “La Repubblica”.
Sapremo presto quanto sarà incisiva la disarticolazione del sistema politico-parlamentare italiano prodotto dal “ciclone Grillo”, che avrà notevoli ripercussioni sullo scacchiere europeo e internazionale.
Sotto il profilo parlamentare le incognite sono molteplici. Intanto il capo, Grillo, e il suo braccio destro Casaleggio non sono membri del Parlamento. Chi nominerà i presidenti dei Gruppi parlamentari grillini? I parlamentari eletti, o Grillo? Parteciperanno i neo-eletti agli organi direttivi delle Commissioni Parlamentari, e, prima ancora, agli uffici di Presidenza dei due rami del Parlamento? Nei Comuni lo fanno, vedremo in Parlamento. Viene alla mente un film già visto. Ricordo quando arrivarono a Montecitorio e a Palazzo Madama i leghisti: con aria sprezzante e punitiva nei confronti della vecchia classe politica. Si vide un cappio dondolare fra i banchi della Camera. Poi è finita come è finita, con il cerchio magico di Bossi travolto dagli scandali. Ma prima c’era stato il corteggiamento dell’allora PDS, quando D’Alema definì la Lega una “costola della sinistra” e stipulò nella casa romana di Umberto Bossi, mangiando sardine, il patto che propiziò la nascita del governo Dini in danno di Berluskaiser.
Ancor oggi D’Alema, che resta la testa politica del PD, dopo aver proclamato che la disfida della campagna elettorale era il duello fra Bersani e Berlusconi, nell’ultima settimana ha esortato a dialogare con i grillini. Non mi pare che al caso italiano che stiamo vivendo si applicherà l’antica regola latina secondo la quale la Grecia conquistata dai romani “ferum victorem coepit”, conquistò ed ammansì il fiero guerriero venuto da Roma. Mentre ho sempre pensato che i dirigenti periferici del M5S siano in grado di amministrare gli enti locali, ritengo invece che l’impatto dei parlamentari di Grillo sulle istituzioni nazionali possa essere difficile, se non traumatico, accrescendo anche l’anomalia del sistema italiano rispetto al resto dell’Europa.
Come farà una sinistra sostanzialmente sconfitta ad uscire dal pantano politico, economico ed anche morale della Seconda Repubblica?
Si apre un periodo amaro e travagliato per il Bel Paese, al termine del quale sembrano inevitabili nuove elezioni. Uno scenario inquietante che deve stimolare anche in casa nostra un bilancio critico ed autocritico.

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