Si è già detto, qui, che chi sta o passa dalle parti di Firenze ha la fortuna e la ventura di sentire il vento dell’arte e della storia in faccia. Ebbene quel giorno d’aprile si sentiva anche la musica all’orecchi vedendo un famoso gruppo rock che faceva un video, e il sole lucente di una primavera immanente che ti faceva sentire attore sul palcoscenico più sognato del mondo: piazzale Michelangelo a Firenze. E potremmo finire qui. Bastante.
E invece la profusione di ricordi neurosensoriali è prorompente, e quindi rompe le dighe mentali della sola sobrietà mnestica. Eh, lo so, mi scappano certe parole. Fanno parte della libertà; libertà di parlar semplice o meglio corrente, come dice mia mamma “oggi ti ho letto bene era tutto scorrevole”; ma anche libertà di parlar non complicato ma con parole tecniche o scientifiche o un po’ retrò, non per sfoggio, ma per precisione. Mnestico è mnestico e lì ci stava. Libertà di espressione e libertà di visione. Come quella, appunto, che ti scatena piazzale Michelangelo, questa terrazza su Firenze, con la copia in bronzo David che ti segue in ogni passo, quella corsa ad abbellire questa collina a sud della città che era per poco capitale d’Italia, e che è diventata -questa piazza essa stessa- monumento alla bellezza e alla libertà.
Non so se si capisce ma questo luogo mi piace. Come dire, non è per me solo un top mast artistico e turistico, è un top mast del cuore. Quella mattina d’aprile era magica per il colore del cielo, e le facce delle persone, sembravano tutte amiche e tutte sconosciute al contempo; era magica per l’aria che avvolgeva e accompagnava ogni movimento di foglie, di fazzoletti e di gesti.
Coppie che si fotografavano con la Cupola del Brunelleschi sulle spalle, gruppi di comitive con ombrellini parasole variopintissimi che parlavano di “fìoorentinàà” e “ribollllitàààà”. Un mondo lì. Non avevo scadenze. Avevo tempo, non solo tempo da passare ma tempo da nutrire. Roma era già lontana, Bologna, la nuova Bologna era già indicata ma non formalizzata, ed ecco che tra un seminario e l’altro di comunicazione digitale, allora eravamo ai primordi su questo fronte, si insinuò questa tappa michelangiolesca. Sì forse c’ero già stato in gita, forse l’avevo già visto questo piazzale con i miei genitori e parenti che amavano e amano questa città, ma quel mattino d’aprile è stata un’altra cosa. Era come fossi al mio posto, al posto giusto, sai quando non ti manca niente e respiri a pieni polmoni e dove guardi guardi e sei contento e vedi quello che vuoi vedere. Forse mi sarò detto “ma più che solo piazzale Michelangelo questo potrebbe essere piazzale Felicità”. Mi aggiravo facendo qualche foto tra la balaustra verso l’Arno e all’angolo dove si vede la scalinata che è usata da tutti per rimirare il profilo della città, i perimetri scolpiti nel cielo di Santa Croce e di Palazzo Vecchio, in mezzo ma un po’ più lontano per l’occhio il Duomo e il campanile di Giotto e poi quella macchia polare e cupolare del Brunelleschi. Nel piazzale ti pare di parlare con Michelangelo. Si sa che il Poggi, l’inventore e dell’impresa artistica urbanistica, voleva fare un museo qui, costruì il primo edificio “Le Logge” ma non divenne mai museo, or è un noto ristorante, molto frequentato dai turisti e dove qualche volta ho mangiato anche io con soddisfazione di occhi e di palato.
Quel mattino arrivò lì sotto anche un pulmino e scesero volti noti: Piero Pelù, una parte del gruppo, e una troupe per fare un video, immagino, dei Litfiba. Misurazione dell’intensità di luce, inquadrature, intervista, camminata. Attorno continuava a muoversi come se niente fosse tutto l’universo di camerieri e guide turistiche, di comitive e di fidanzati, di famiglie e di classi in escursione socio-ambientale. “Un happuccino co’ biscottini al cinque”, si udiva. “Guarda guarda come si vede bene Ponte Vecchio”. Sventolavano nell’aria più tersa del solito il tricolore nazionale e le bandiere gigliate. Il ricambio di universo era continuo: folate di vento si alternavano a impennate di gente che si assiepava improvvisamente davanti ai cartelli del bar e del ristorante con appetito salente, prevedibilmente. Firenze laggiù continuava a svolgere il suo ruolo regolare: richiamare e contagiare. Di un senso di libertà e di felicità.
Fabrizio Binacchi
PS: E quella notte scendemmo da Pian de’ Giullari dopo una cena-riunione dell’Associazione e il piazzale era quasi vuoto. Ma questa è un’altra storia.

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