Questo un sogno: vedere in centro storico, anche a Firenze, anche a Empoli, anche a Prato per dire qualche città, la vita di una volta, non quella di prima della pandemia che già era un’altra vita, ma la vita intensa, semplice e complicata degli anni in cui il centro storco di una città, piccola o grande, non era un’isola deserta o un villaggio di bancarelle di stagione a tempo ma un borgo pulsante.
Incontro in piazza un vecchio arrotino. Chiedo: che ci fa qui. Affilo coltelli e forbici. Si può? Certo che si può, e si torna a sentir rumori e sapori di un tempo. Il sogno di vedere in centro artigiani, negozietti e nonni. Sotto i portici o sul corso, sul viale o in piazza la bottega dell’artigiano, la piccola cartoleria, il fruttivendolo, il droghiere dalla cui vetrina escono i profumi di formaggi e salumi. Profumo di paese, aria di centro borgo. Non costruito per i turisti ma vero, sincero palpitante.
E vedere passeggiare turisti e residenti, giovani con lo zainetto verso la scuola o il campetto e i nonni con o senza bastone magari la nonna a braccetto del nonno che guardano le vetrine e si fermano a comprare un mezzo chilo di susine e due fettine. Perché dev’essere solo un sogno? Perché non può diventare un progetto? Qualcuno si chiede o si è chiesto come saranno i nostri e vostri centri storici nel 2030 o nel 2050? O anche solo fra tre e quattro anni?
Chi ha deciso che deve esserci vita solo nei centri commerciali e nei villaggi della moda così ben cartonati da farci sembrare di stare tutti in teatro? Come sarà piazza della Repubblica fra dieci anni? Come sarà via de’ Calzaiuoli nel 2029? E piazza della Libertà nel 2035? Ci saranno residenti o solo visitatori di giornata?
Temi e problemi che non riguardano solo gli urbanisti e gli amministratori, gli specialisti e i costruttori, ma tutti noi dal primo all’ultimo, perché i luoghi della nostra vita quotidiani sono la nostra vita. Ci acconciamo troppo spesso ad accettare costumi sociali imposti nemmeno dalle mode ma da scie di tendenze.
Tradotto: perché Vercelli deve copiare Milano nella distribuzione commerciale? Ci sarà una via vicentina o fiorentina alla vita quotidiana, come una via lucchese o una via perugina, non siamo tutti uguali, non possiamo essere tutti omologabili in gusti e costumi.
Esempio: che senso ha immaginare e organizzare luoghi di grande concentrazione umana quando le ultime e penultime vicende ci hanno insegnato e ci stanno insegnando che la soluzione a tanti problemi è tenere una “certa distanza”? Anzi perché i protagonisti della grande distribuzione organizzata non si fanno promotori di una ridistribuzione piccola e dettagliata nei borghi e nei centri storici magari in franchising, in cooperativa, in vediamo-come ma con l’obiettivo di dare vita a luoghi che rischiano di perdere la vita naturale, fatta di riti quotidiani, di prossimità, di vicinanza, di conoscenza.
Adesso non per dire ma volete mettere la poesia di fare la spesa di negozio in negozio accolti quasi come in famiglia e portare a casa nella borsa della spesa non vettovaglie e rifornimenti per un mese di un battaglione ma il necessario per la giornata e poi pensare che domani è un altro giorno ma il negozio all’angolo è sempre lì. Purtroppo, da anni, da decenni, non è più così. Abbiamo separato artatamente le funzioni di rifornimenti dalle occasioni di benessere: corriamo a fare la spesa come fossimo i condannati del carrello e riempiamo dispense e frigoriferi e congelatori di prodotti e confezioni come se stesse per scoppiare una guerra. Ma sono comportamenti normali?
E mentre ci riforniamo di solidi e liquidi in offerta speciale con quintali di confezioni attorno, sopra e sotto, lasciamo i nonni e le nonne, le zie e gli zii, al terzo piano senza ascensore, prigionieri delle loro e nostre fragilità, magari alla finestra a guardare un mondo che sarà pur moderno ma dovrà apparire loro, e a noi, anche beffardo e un po’ bastardo.
Ci sono molti casi di città che avevano pensato di fare aree di residenze staccate dalle aree di lavoro e commerci, di produzione e di interazione sociale e hanno riconosciuto l’errore, hanno creato presupposti per quartieri dormitorio e in certi contesti di segregazione sociale. Così un centro non può restare o diventare una zona a vita limitata, più che a traffico regolamentato, una specie di giardino architettonico o turistico ad attrazione stagionale. Vanno bene i ristoranti, vanno bene i musei, vanno bene i monumenti e vanno bene le aiuole ma ci vuole un progetto di vita.
Noi invece in questi decenni abbiamo devitalizzato un luogo origine di vita e spostato acquisti e divertimento, passeggio e incontri, spuntini e pranzi in recinti artificiali, in capannoni talora ben decorati là fuori, laggiù, depositi di merci e persone in concentrazione giapponese, fabbriche del bisogno indotto. Per ridare vita ai luoghi che l’hanno persa e che sono stati i luoghi che l’hanno generata ci vogliono attività vere e visioni di futuro. Resta il sogno umano e mistico, spirituale e fisicissimo di vedere in centro artigiani del legno e della stoffa, negozi di frutta e verdura che sbucano dalla porta sulla strada, vetrine di computer e telefonini alternati a banchi di carne e pesce, non in serie ma seriamente inseriti, e il calzolaio in via dei Calzaiuoli che batte un tacco sulla scarpa da aggiustare. Mh, da quanto tempo non facciamo aggiustare una scarpa?
Fabrizio Binacchi

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