Ogni stagione ha i propri eroi. Più o meno epici. Quest’estate calda e afosa ci propone la battaglia tra greenpassisti e cioè i sostenitori del green pass e i freepassisti e cioè quelli che ritengono che il certificato verde sia inutile. Effetti più o meno collaterali della pandemia. Un mio amico filosofo ricorderebbe che le guerre di confine sono guerre tra poveri.
L’estate di 33 anni fa, correva il simbolico 1988, ci propose invece la guerra dei limiti di velocità, per i quali l’Italia si divise in due, come tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri, rossi e rosa, arcobaleno e grigio scuro. E in quell’estate calda ma non afosa come questa che stiano vivendo non si parlava d’altro tanto che il telegiornale in cui lavoravo allora decise di seguire in vacanza i due monistri che rappresentavano le due contrapposte opzioni e fazioni e io andai a intervistarli proprio a cavallo di Ferragosto.
Che Ferragosto quel Ferragosto in cui tutti si accapigliavano sui imiti: 110 al massino, sostenuti dal socialdemocratico ministro dei Lavori Pubblici Enrico Ferri, con casa a Cinquale vicino a Forte dei Marmi e i 130 al massimo, sostenuti dal democristiano, di sinistra dc, ministro dei Trasporti Giorgio Santuz con casa di vacanza a Sauris, Alpi Carniche, sopra Tolmezzo. Nei bar e sui giornali, in spiaggia come sui sentieri di montagna, nelle redazioni come ei giardini il dibattito tra i 110 e i 130 era generale e infuocato. Alla fine prevalse il limite di 130 perché andare a 110 in autostrada non venne considerato così utile e sicuro, ma per tre mesi ci fu vera battaglia. Da Palazzo Chigi al Paese. Il problema era che ovviamente messo un limite sulla carta nessuno poi lo rispettava davvero anche epr le condizioni ambientali pragmaticamente illogiche.
Un conto è andare ai 30 o ai 50 in un centro abitato e un conto è limitare la velocità ai 109 su una autostrada a tre o quattro corsie con sicurezza elevata. Ragione e sentimento a volte si baciano. Un giorno quindi andai a Sauris, partendo da Roma in aereo sbarcando a Ronchi dei Legionari e poi col bravissimo operatore di ripresa Salomon, salimmo in montagna per raccogliere le ragioni del ministro dei Trasporti Santuz, sfondo montagna bella verde. Il telegiornale delle 20 ci aprì: e quindi corsa alla sede di Trieste per montare e riversare il pezzo in tempo.
Tornai a Roma in nottata. Il giorno dopo visto il “successo” dell’argomento popolare veni inviato a Cinquale per la replica del ministro Ferri, con intervista frontemare sfondo azzurro giallo. Anche quella andava in apertura quindi corsa alla sede di Firenze per montare in tempo per le 20. Andammo in inversione, pelo pelo. Su e giù per l’Italia per vedere la velocità effettiva. Auto tedesche che sfrecciavano a 150 all’ora, auto italiane che andavano anche ai 105.
Insomma come avrebbe detto il direttore Nuccio Fava: la situazione era articolata e complessa. A Cinquale andai a fare l’intervista a Ferri con l’operatore Marco Grimaldi poi diventato grande professionista dell’immagine nelle prime serate di Rai1. Ogni estate ha le sue tenzoni, più o meno singolari, e i propri eroi. Adesso, nel caso, sarebbe difficile anzi impossibile avere una replica di quel dilemma perché trasporti e lavori pubblici sono deleghe delle stesso ministro. Per dire.
Oggi ci facciamo prendere da green pass per stanze chiuse e free pass per ristoranti all’aperto, però non tutti gli ambienti chiusi sono uguali e non tutti gli spazi aprti sono trattati allo stesso modo, un po’ come andare a 150 e a 105. Cicerone chioserebbe “O tempora, o mores”. Mentre il mio primo direttore di telegiornale confermerebbe: “Eh, caro Binacchi, la situazione è sempre articolata e complessa”.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento