Quella notte in cui mi innamorai di Firenze. E delle sue case, e delle sue finestre. Perché le finestre di una casa di Firenze non sono finestre come le altre, come quelle che immaginiamo, sono finestre sul cuore dell’arte e della storia. Ti affacci e respiri lo sguardo di Beatrice, i canti di Dante, le tegole del Brunelleschi, gli schiamazzi del Vinaino. Perché Firenze è così, un po’ dentro e un po’ fuori, un po’ storia e un po’ cronaca, un po’ Arno e un po’ Rifrullo, un po’ Miniato e un po’ miniata, un po’ santa e un po’ ruffiana, un po’ discinta e un po’ discreta, molto dipinta e tanto concreta. Quella notte la luce della luna piombava sul campanile di Giotto come fosse un faro da discoteca dedicato, risplendeva sui tetti, cercava un significato. S’era stati da Omero a Pian de’ Giullari, s’era stati a disputare di bellezza della storia e banalità del contraddire, di vignette politiche e posizioni artritiche. Suvvia il pensiero è sempre libero. E non par vero riaffermare che la libertà è anche solo il pensare. Ma anche guardare il mondo da una finestra di Firenze. Come quella sera di luna piena, e pure l’Arno, al ponte della Vittoria, riluceva. Schiamazzi improvvisi da Ponte alle Mosse. Attenzione: non è un ponte, ma la strada di una vita dove da Tesone cercavi una via più ordita. E una pizza condita. Mi persi a Porta a Prato nel bagliore di un suono intimo. Rintoccò la mezzanotte. E si decise di guardare uno spicchio di cielo davanti a Santa Lucia. Il Sindaco di allora aveva mangiato una pizza ed era appena andato via. Quella notte in cui mi innamorai di Firenze, quella notte stava andando via.
Fabrizio Binacchi

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