
Casolari abbandonati, cartelli “vendesi” con quel rosso sbiadito che testimonia il tempo passato, chissà quanto tempo?, strade difficili, cascinali chiusi anzi serrati da chissà quanto con attrezzi arrugginiti lì davanti, che furono attrezzi da lavoro, strumenti di vita e adesso è tutto immobile, tutto morto. C’è montagna e montagna.
Quella da cartolina delle strade dolomitiche dove è tutto un susseguirsi di case fiorite, alberghi e pasticcerie e poi c’è la montagna appenninica dove spesso i centri sono più sparuti, ci sono poche pasticcerie, gli alberghi sono pochi e chiusi appena fuori stagione e le stesse trattorie in certi giorni non aprono perché non passa nessuno. Viva la montagna ma solo a parole, salviamo la montagna disabitata solo a proclami.
L’altro giorno sotto-sera ho fatto la Porrettana, la statale che collega Bologna a Pistoia e che passa appunto da Porretta Terme, una volta molto rinomata località di ferie estive, richiamo termale, e sede annuale di un festival del Jazz, ora un po’ meno ma si difende. La strada statale è discreta e percorribile senza particolari scossoni di pneumatici e ammortizzatori, salvo qualche eccezione e cantiere che ovviamente è necessario per manutenzione e restauro ma i tempi dei semafori non sono sempre così equilibrati.
Le strade secondarie che si inerpicano dalla statale sono invece tutto un altro panorama e tutta un’altra condizione: manti d’asfalto in progressivo degrado, giunture a scalino e cordoli sgretolati, segnaletica spesso fantasma e contraddittoria: cartelli con indicazioni bivalenti e vabbè facciamo ad indovinare.
Ad ogni curva sorge la speranza di trovare un borgo abitato, un aggregato di case con finestre aperte e le porte almeno socchiuse. Merce rara. Si succedono borghetti una volta vivi ed ora disabitati, corti fantasma, un rastrello lasciato a modello di nostalgia, una vanga per terra senza manico, uno zoccolo di tronco che forse serviva per tagliare la legna quando qui c’era gente, quando qui si faceva agricoltura di montagna, quando qui si coltivava qualcosa.
Ora si coltiva il silenzio nell’abbandono. Si sente lontano un rumore di trattore, chissà da dove viene? E chissà cosa sta facendo? Non si vede, il trattore è oltre il bosco, forse porta a casa del fieno, oppure ara un pezzo di terra nella distesa a pendio che si nasconde tra le piante.
Muretti a secco e pile di pietre, filari lontani ed ombre improvvise, gallerie di verde intenso che sembrano corridoi da sogno. Che bella la montagna dell’Appennino vuota e intensa al contempo. Si potrà far qualcosa, qualcosa di più? Necesse est. E anche ovest.
Eppure qualche paese si estende, qualche fabbrica si protende, ville improvvise con giardini e infiorati sentieri, c’è comune e comune, c’è montagna e montagna.
Dalla parte pistoiese ci sembra più vita, forse hanno curato di più, forse ci credono ancora nella montagna che diventa risorsa sociale. Lassù c’è un paese in cui stanno quasi duemila persone, eppure passandoci una sera incontri quattro amici al bar l’unico aperto, un nonno che cammina lento ad un incrocio e tre automobili in croce che non hanno nemmeno bisogno di darsi la precedenza. Dove sono cosa fanno gli abitanti di questo borgo a ottocento metri di altitudine, non duemila, che per raggiungere il primo paese un po’ più grosso devono fare 40 minuti di curve e frenate?
La montagna è bella e resta viva se la puoi raggiungere comodamente e se qualcosa offre anche timidamente, se la puoi vivere. Giù a valle tutto scorre, ma quassù tutto è lento e faticoso, tutto è una conquista. Ci sono banchi di scuola davanti a un campo sportivo, forse si fanno lavori. Tre ragazzini corrono attorno a un pallone e credo, spero, sognino di diventare calciatori. Ci sono reti metalliche e fantastici panorami. Ma nessuno in giro.
Restaurare e ristrutturare va bene, ma ci vuole anche un pensiero lungo per immaginare e progettare (gettare oltre) un’idea di forza e di presenza. A cominciare dalle strade e portano qui e portano via da qui. Non dev’essere un’impresa fatidica poter arrivare in un paesino di montagna, dovrebbe essere quasi semplice come muoversi senza sbalzi.
Tanta montagna è vitale e da sogno, ma c’è anche la montagna che reclama attenzione e bisogno. Viva le perle delle dolomiti ma non dimentichiamo le tante perline in giro sopra le colline.
Fabrizio Binacchi

Ottimo articolo e ottima sensibilità. L’invenzione delle città metropolitane da parte delle lobbies degli immobiliaristi sta isolando Appennino e Prealpi, quando invece occorreva spostare al maggiore altitudine servizi e imprese a cui sarebbe seguita la popolazione. Perché non si costruiscono università, ospedali e servizi d’eccellenza oltre o sei settecento metri? Perché si vuole affollare i fondovalle per imitazione culturale? Perché non si ripensa l’Italia tutta, da cima a fondo, anziché aspettare i duecento miliardi di Bruxelles che serviranno a poco, a molto poco?