Ma non c’è bisogno di fare le guerre. Basta la parola. C’è scritto anche sulla facciata della Casa di Giulio Romano a Mantova. Lo dice il maggior esperto di storia dei Gonzaga e di Mantova del Rinascimento il professor Rodolfo Signorini che incontro poco distante lì, davanti alla chiesa di San Barnaba, per uno scambio di libri. Lui mi porge il suo “Peste e Lanzi a Mantova 1629 1630 Documenti”, Editore Sometti e io ricambio con “Luoghi Comuni Il potere della parola” Minerva Edizioni. Tutto nasce da una parola latina su un’epigrafe di un Capitello davanti ad una Villa in comune di Marcaria ricordante la peste. Io avevo fatto un articolo nel 1980 con una interpretazione che non collimava con la sua del 1973. E da lì abbiamo discusso, confrontato, verificate le fonti e quel mio articolo è finito nelle note del nuovo libro. Occasione per vedersi. E per un inaspettato regalo del professor Signorini che vale come messaggio attualissimo, in Italia, in Europa, in Oriente, in Occidente, nel mondo intero. La facciata della Casa racchiude un messaggio poco noto.
Un appuntamento in via Chiassi dopo decenni. Ero un po’ emozionato e anche preoccupato per il parcheggio. Ricordavo che in quella zona non era così facile trovare un posto per l’auto anche a pagamento. Invece quella mattina sono stato fortunato. Ho trovato un posto libero proprio in via Poma, davanti alla Casa di Giulio Romano. Proprio a un metro dalla porta. Che fortuna! Arriva Rodolfo Signorini puntualissimo e dalla sua borsina della spesa estrae il suo prezioso libro “Peste e Lanzi a Mantova 1629 – 1630” e io scambio con il mio “Luoghi comuni” sui tic del linguaggio giornalistico italiano. Guarda la copertina e mette in borsa. Il professor Signorini mi ha messo un bigliettino giallo per segnarmi la pagina esatta della citazione nelle note. Poi mi guarda e mi fa: vieni che ti faccio vedere una cosa. Facciamo qualche metro e arriviamo proprio davanti alla Casa di Giulio Romano.
Veste i panni dell’amico e professore e mi dice: “Guarda Fabrizio là in alto, sopra le finestre, vedi quelle figure, vedi che esce qualcosa dalle bocche e dalle orecchie. Ecco quella è l’allegoria dell’eloquenza. Non serve far le guerre, basta la parola. Si può e si deve combattere a parole, si deve combattere con le lingue, si deve fare la guerra con le parole e con le parole si risolvono anche conflitti importanti”. Chi avrebbe mai guardato lassù quelle facce e quei volti dalle cui bocche e orecchie entrano ed escono segni di eloquenza, di comunicazione. Grazie Prof per il regalo di conoscenza improvviso e immeritato.
Che bello, farò approfondimenti e userò anche nella comunicazione questo segno dell’eloquenza, questo “segreto” della facciata di Giulio Romano: particolari poco noti che diventano una nota di storia dell’arte e della comunicazione politica e storica, appresa così quasi per caso un giorno d’inverno nello scambio di due libri.
L’anno scorso, nel giorno dell’Epifania, piena pandemia inizio 2021, chiamo al telefono Rodolfo Signorini che, da studioso scrupoloso e preciso, mi voleva chiedere alcuni particolari su un mio servizio giornalistico relativo alla Colonna di Canicossa che ricorda la peste a Mantova del 1630, che avevo pubblicato sul giornale nel settembre del 1980. Argomento centrale della discussione e del confronto il testo dell’iscrizione latina, abbondantemente degradata, nella quale una parola veniva tradotta in due forme diverse. La chiamata mi ha fatto molto piacere, mi ha lusingato e mi ha riportato indietro di 40 anni, mica pochi!, a quel periodo d’oro e di grande intensità in cui facevo di tutto mentre ancora studiavo. Da Marcaria per due anni mi sono cimentato in cronache e resoconti da Campitello e Casatico, da Canicossa a San Michele in Bosco dal municipio di Marcaria, sindaco Vittoriano Zanotti, sino alla periferica ma importantissima Cesole e la vicina Canicossa. Notizie di borghi e paesi che mi facevano andare in pagina tra cronaca nera, cronaca bianca, cronaca culturale quasi tutti i giorni con titoli da quattro a sei colonne. Tra quei pezzi ci fu quello dedicato alla Colonna delle Peste che ebbe il titolo a una pagina con tanto di fotografia del capitello fatta ovviamente da me. Per la sua ricostruzione nell’ultimo libro edito da Sometti, Peste e Lanzi a Mantova”, il prof. Signorini mi ha chiesto uno sforzo di memoria per risalire alla traduzione, che avevo trascritto e riportato nel 1980 che non collimava con la sua del 1973. Abbiamo parlato al telefono quasi due ore e ci siamo divertiti anche a ricordare le ricerche in canonica, in archivio e la decodificazione dei documenti conservati nelle biblioteche e nelle parrocchie. Per la cronaca la nota che ci ha collegato nella vicenda del Capitello di Canicossa riguarda la frase “Dum germanus exercitus qui et Ferd° II° IMP (eran).
“Quando il germanico esercito e imperando/per ordine di Ferdinando II…”. Nota* “Così secondo la nostra lettura del 1973. Il citato Binacchi invece scrisse: “jussu Ferdinandi II Imperatoris” cfr Amadei F. op cit III, p447 e sgg.
Peste e luoghi comuni, Lanzi e storie delle Signorie e della parola.
Fabrizio Binacchi

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