
Non ho mai sopportato i dirigenti o i cosiddetti manager che non riconoscono, e a volte non si accorgono nemmeno, del lavoro che fanno operai, impiegati, tecnici e collaboratori vari. Al mio secondo giorno di televisione l’impiegato mi consegnò gomma e matita armi del mestiere con il bloc notes e poi capii che senza quella figura non si andava in onda. Ringrazio sempre. Ho avuto la fortuna di crescere con nonni e genitori che mi hanno fatto capire non solo a parole che un lavoro è importante a qualunque livello si faccia. Quando nonno Romano mi diceva andiamo a fare le botole capivo sotto il sole e con la paglia in bocca che faceva un lavoro determinante chi guidava il trattore come chi a braccia caricava la botola sul carro. Non si poteva sgarrare di un secondo e di un metro. Così come quando andavamo a mettere i tubi, pesantissimi tubi di ferro, per l’irrigazione d’estate: era importante metterli giù bene e allineati altrimenti chi li chiudeva più.
Da ragazzo ho anche raccolto il letame in stalla prima del sistema automatico, e ho distribuito foraggio alle finestre della stalla per le bovine da latte. Quando il collega e amico Vittorio Emiliani nel 1999 mi disse alla vigilia della conduzione che andavo bene per Linea Verde, perché avevo la faccia da mezzadro, lo trovai un vero complimento. Ebbene sì, ho un passato contadino e me ne vanto. So distinguere l’orzo dal grano e una foglia di bietola da una di patata. Non da tutti, credo. Vabbeh poi sono caduto anche in acqua ma non si può stare sempre a galla. Questa mi è venuta bene.
Premessa un po’ lunga per dire una cosa: in tutti i posti di responsabilità in cui mi hanno mandato ho sempre cercato di parlare con tutti e capire il lavoro di tutti. Negli anni di Milano dove il gruppo di lavoro era davvero grande, più di 1200 persone, appena potevo sfuggivo al controllo delle segretarie, la Giovanna e la Rita, e dell’addetto alla sicurezza, e mi infilavo nei corridoi degli studi e dei montaggi per parlare con i colleghi in prima linea. A Trieste entravo in silenzio nelle regie dei programmi sloveni e pesando che non capissi la lingua continuavano a parlare fitto fitto. Dopo alcuni giorni, hanno smesso nel timore o nel dubbio che sapessi anche un po’ lo sloveno avendomi sentito parlare con alcuni di loro. Un mattino poco dopo le 8 in corso Sempione la prima segretaria mi avverte che c’è una impiegata di costumi e trucchi che ha urgente bisogno di parlare con me. Dico: la faccia entrare. La segretaria mi guarda sbigottita: ma direttore, non avverte prima il suo vice, il dirigente, il funzionario e il caposervizio. Io la riguardo con tenerezza e le dico: signora se cerchiamo tutti questi secondo me la collega si scorda l’urgenza. La faccia passare. Entrò e mentre finivo una telefonata si guardava l’ufficio Gio Ponti. E mi ringraziò: lavoro qui da trent’anni e non ero mai stata qui. Ed io molto felice le dissi: rimanga quanto vuole così parliamo un po’. Mi spiegò cose che mi furono utili e che nessuno aveva avuto il tempo di dirmi. E naturalmente il suo era un problema risolvibilissimo di compatibilità tra lavoro e famiglia. Credo che il dirigente il cosiddetto manager debba stare più in corridoio che in stanza, più alle macchinette, senza esagerare, che al telefono. Ho imparato molto dall’incontro con i primi impiegati. Non dimenticherò mai l’insegnamento di Claudio Del Meglio e Franco Calvino nei primi giorni della redazione in quel lontano 88. Ultimo pischello arrivato per una selezione dai giornali di provincia mi accolsero con tanta cortesia e umana tenerezza. Quasi adottato. Mi parlavano con gli occhi. Al secondo giorno vedendo che arrivavo come loro quasi all’alba e non alle 11 come tanti altri presero a chiedermi da dove venivo e che cosa facevo. Claudio mi diede bloc notes, matita e gomma, gli strumenti del mestiere. E le chiavi della scrivania di metallo, due cassetti che mi hanno accompagnato negli anni più formativi della mia esperienza. Quando il caporedattore mi affidava un servizio e con due agenzie cominciavo a scrivere un testo, Claudio e Franco capivano che avrei avuto bisogno di immagini di repertorio, e a seconda di quello che percepivano mi preparavano i BVU, formato cassetta dell’epoca, con le immagini più adatte, trasporti vari se il servizio era sugli scioperi dei trasporti, oppure gente che cammina se era un pezzo sui consumi o sull’inflazione, e via ricercando. La Teca era un concetto che doveva ancora venire a galla. La nostra teca era un armadio di ferro appena fuori dalla porta della redazione verso il bagno con tutte le cassette stipate e divise per genere: trasporti, meccanica, servizi, tessile, agricoltura, telecomunicazioni, consumi e poi c’era una curiosa ed utile etichetta che distingueva le cassette tra estate e inverno. E ci tenevano a verificare perché si diceva che in passato fossero andate in onda a luglio immagini di repertorio con gente in cappotto. E non si fa. Claudio e Franco impiegati e assistenti strategici, mi hanno insegnato con gli occhi e con il comportamento come si fa ad essere utili e indispensabili senza vantarlo. Sono stati i miei primi docenti di master di giornalismo economico televisivo. Ecco, e adesso gliel’ho detto.
Fabrizio Binacchi

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