A Montecatini Alto, alta Toscana, provincia di Pistoia, c’è una piazza intitolata a Giuseppe Giusti con mura in pietra e parecchi negozi, un museo dell’olio, un monumento una chiesa e parecchi ristoranti. In fondo ci sono la chiesa e un panorama che, come potete immaginare, è abbastanza mozzafiato. Io ho un ricordo della fettunta (pan toscano abbrustolito e olio toscano) e della ribollita, che ho mangiato lì, più nitido e più forte di quello di un ristorante di periferia a Calenzano. Perché? Perché nella piazza Giusti di Montecatini Alto sono stato richiamato dal cuore e dal palato, dalla cultura e dall’arte, da una atmosfera che non c’era nell’altro posto. A parità di sapori.
Il turismo culturale e gastronomico ha i propri luoghi del cuore. Parola di uno che ha girato l’Italia in lungo e in largo. Un ristorante tipico vicino a un museo sotto un monumento a Garibaldi e l’Italia …ha già chiamato. A San Benedetto Po, Bassa Mantovana, da poco elevata a rango ufficiale di città con decreto del Presidente della Repubblica, ci sono una gelateria e un ristorante nella piazza della Abazia del Polirone. Polenta e cicciole, cotechino e tortelli, o anche una pizza ai quattro formaggi con lo sguardo al frontone e alle colonne della chiesa sono un’altra cosa. Ti incanti mentre mangi. A piazza delle Erbe a Mantova ci sono stati per decenni tre o quattro ristoranti sotto gli stessi portici perché se alzi lo sguardo vivi e sogni di Leon Battista Alberti e di Mantegna. Coppa e guglie, campanile e torta sbrisolona.
A Firenze sulla terrazza degli Uffizi puoi degustare un crostino toscano respirando la storia della Torre di Arnolfo e gli stemmi di Palazzo Vecchio. L’arte e il cibo vivono per eccellenza in piazza. A Greve in Chianti in quella piazza irregolare e tutta un palcoscenico abbiamo fatto una tavolata per una trasmissione agricola della prima rete che sembrava incastonata nell’arte e nella storia tra il portale della chiesa e i portici. La fiorentina si gusta meglio in piazza tra torri e campane tra ciotoli e risuoni di chiacchiera popolare o dotta. Non è marketing turistico o soltanto quello, è lezione di storia popolare, di incontro sotto la Loggia, di festa laddove ci si incontra nell’agorà. Un paese grande o piccolo con una piazza e un monumento sicuramente a Giuseppe Garibaldi senza ristorante o museo nel raggio di 800 metri ha un’occasione sprecata. Immaginate se ci fosse in una piazza Garibaldi o in una piazza Castello un angolo, un lato, un luogo in cui i tavoli di un ristorante sotto un portico anche all’aperto potessero ospitare turisti e visitatori appena usciti da un palazzo lì vicino magari sede di una mostra o da un teatro, da una iniziativa culturale. Si gusta col palato ma si giustifica la scelta del gusto col cuore.
Le tradizioni, se radicate e popolari, possono rivivere nei tempi che cambiano se adeguate e condivise. A un patto: che si ritrovi l’atmosfera magica di quel tempo nei nuovi colori con i sapori del ricordo ma guardando al futuro, ai giovani.
Non è difficile. Basta avere coraggio e se necessario uscire dagli schemi mentali. La tradizione non è vecchiume, è ricerca di senso. La dico subito così: il vero richiamo è in piazza. Ricordiamoci l’importanza sociale e culturale dell’agorà come luogo del raduno e di confronto tra gruppi e generazioni. Se metti insieme nella stessa piazza-agorà il monumento e il museo, il ristorante e la bottega del gusto hai vinto la gara dell’attrattività. Davanti alla chiesa, sotto il campanile, davanti alla torre, all’angolo della piazza. E nelle vie che sono accanto.
Facciamo qualche esempio. C’è un ristorante davanti al Duomo di Piacenza che è o meglio era in tempi pre-pandemia sempre pieno. Tavoli anche fuori. Qualche anno fa ho messo una segnalazione su Google Maps e quella foto ha registrato un picco esagerato di visualizzazioni. Perché? Per le parole chiave “duomo”, “piazza”, “ristorante”. E per il cibo e l’atmosfera. La differenza è negli occhi ma viene dal cuore.
Fabrizio Binacchi

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