C’era la Prima Repubblica e c’erano i ristoranti della Prima Repubblica con le loro belle tovaglie bianche e i calici di cristallo e tanti politici di grido, ma anche di sottovoce, che li affollavano. I giornalisti parlamentari avevano sicuramente accordi con i camerieri per segnalare quel ministro sta venendo qui, quel presidente sta andando là. Immagino. Ma forse non siamo tutti nell’immaginazione pura. Il pranzo dell’altro giorno tra Giuseppe Conte ed Enrico Letta, con quelle immagini – in gergo come si dice rubate – da dietro il vetro, e c’era pure un cancelletto, hanno portato alla ribalta l’uso e il costume di un’epoca. Scovare i commensali di Stato. Ritrovarsi a pranzo in un ristorante e parlare di calcio e fare magari qualche accordo di politica.
I ristoranti della prima Repubblica erano più promettenti di un congresso di partito per notizie e gossip, più di una direzione a via del Corso e più di un consiglio nazionale a palazzo Sturzo o di un comitato centrale alle Botteghe Oscure.
Si sa che Conte è frequentatore abituale di quel ristorante Settimio all’Arancio e che con Letta ha pranzato a base di pesce, mazzancolle e sampietro al forno con patate, infine un caffè. Pasto leggero per problemi forse pesanti: finanziaria, pensioni, reddito, tasse e via elencando. Il pranzo ha fatto notizia e il telegiornale che aveva le immagini da lontano ha fatto uno scoop. Di immagine e di sostanza. Mi ha fatto una certa impressione sentire certi commenti.
Sentir dire che il presidente Conte si è visto con Enrico Letta può essere una semplificazione informativa perché uno è il presidente di un Movimento e l’altro è il segretario di un partito e quindi si dovrebbe dire che il presidente Conte si è incontrato con il segretario Letta. Ma nel linguaggio corrente segretario sembra meno di presidente e quindi ho viso che si è fatta un po’ di macedonia nominale e strutturale. Volendo si poteva parlare genericamente di leader ma forse faceva poco glamour. In ogni caso andrebbe ricordato che entrambi sono stati presidenti del Consiglio, Letta prima, dopo Monti, e Conte dopo.
Ma tant’è, cambiano le Repubbliche forse, e cambiamo anche i modi di chiamare i protagonisti della Repubblica e della politica. Ricordo che tanti anni fa anche io capitai in un ristorante, si chiamava Settimio come questo ma era più vicino a Montecitorio, a cenare sul tardi una sera, con il Ministro delle Finanze in carica, in carica allora naturalmente. Mi occupavo di economia e sindacato nella redazione del più grande e importante telegiornale del servizio pubblico. Di giorno stavo a Palazzo Chigi, di sera, talora, nei ristoranti attorno ai Palazzi della politica.
Capitava che un ministro volesse parlarti fuori dalle solite mura. O meglio per molti nella prima Repubblica erano più “solite mura” quelli dei ristoranti e dei congressi che dei palazzi deputati. Tant’è!!! Arrivò con la scorta e con molta cordialità il Ministro mi chiese cosa si dicesse nelle redazioni delle bozze di piani economici che circolavano. La prima Repubblica era fatta anche così, e forse anche la seconda o la terza.
Eh, i ristoranti romani della Prima Repubblica. Ricordo che in uno di questi c’era un cameriere, forse più d’uno, specializzato a sbucciare l’arancia come si deve, all’avventore più o meno prestigioso, politico o imprenditore che fosse. Già pelare l’arancia senza schizzare attorno non è perizia diffusa. E poi che brutto dover tagliare la pelle e poi continuare con le mani e le dita, non si sa mai come gira dentro l’arancia. Questo cameriere in perfetta divisa candida arrivava col piatto e l’arancia e con soave manovra sbucciava il frutto a distanza consona facendo una specie di ruota su sé stessa e tra coltello e forchetta rimaneva l’arancia pelata e a fette pronta per essere degustata.
Una cosa d’altri tempi, una manovra da prima Repubblica. Fantastica l’arancia rossa o arancione pelata al tavolo nel ristorante della prima Repubblica. Tempi andati e costumi andanti.
Fabrizio Binacchi

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