
Appena arrivato a Bologna 30 anni fa sentii parlare di lui, di fra Michele Casali, il domenicano che faceva filosofia e proseliti all’Ostaria delle Dame con Guccini. Bologna sorprendente, mi dicevo allora. E anche adesso. Poi on il passare degli anni e del tempo ho conosciuto bene padre Michele Casali, uomo di cultura e di spiritualità, di filosofia e di azione ben conosciuto non solo nella città delle Torri, dove arrivò nel lontano lontanissimo 1951, bussando ad un convento in cui rimase tutta la vita. Sono passati giusto 70 anni da quando il giovane richiedente ammissione arrivò a Bologna passando poi dal Convento di Fiesole, per tornare nella città felsinea e di san Petronio. Gemellaggi fiorentini bolognesi.
Io ho avuto l’onore, ma davvero un grande onore, di conoscerlo e di incontrarlo spesso fino alla sua morte avvenuta nel giugno del 2004, 17 anni fa.
Incontri più che fecondi, anzi fuori dal comune. Già come ti guardava era un messaggio di condivisione umana. L’ho anche intervistato in pubblico negli Incontri di Santa Maria della Vita in pieno centro a Bologna durante gli eventi per le manifestazioni di Città della Cultura promosse dal professor Angelo Varni, emerito di Storia contemporanea dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Si parlava di portici e di ricoveri a Bologna, di strade e di conversioni e del ruolo degli ospedali nei secoli, e di quello che hanno fatto preti e frati nei secoli nella città che ha avuto il primato storico dell’università degli studi perlomeno del mondo occidentale. E si dissertò del ruolo cardine degli uomini di chiesa e degli uomini e donne di cultura nella costruzione di un profilo culturale e civile come quello di Bologna, non senza tacere anche episodi di criticità e incomprensione. Il volto di padre Casali era talmente disteso e con sguardo inclusivo che fui spinto ad una domanda impertinente: “Ma a Bologna, chiesi, hanno fatto più danni i preti o i frati?” Sorrise e con ironia ricordò che tutte le opere umane si prestano ad interpretazioni diverse. La saggezza e la dolcezza di fra Michele.
Quando moderava e conduceva gli incontri de I Martedì di San Domenico parlando di storia e salute, di musica e filosofia, di diritti e di peccati le sue presentazioni e i suoi commenti erano e sono pietre di lungimiranza e speranza. In un pomeriggio d’estatate in cui faceva molto caldo mi rifugiai nella chiesa di San Domenico un po’ perché avevo bisogno di riflettere e forse anche di pregare, e un po’ perché sentivo di essere come attratto da una presenza fresca e avvolgente. L’atmosfera delle navate, gli sguardi delle statue, gli occhi dei santi e il silenzio profondo rotto solo da qualche passo e da uno spicciolo che cade nella cassetta delle offerte per la candela votiva mi avevano portato ad una meditazione profonda, eppure sentivo una presenza.
Guardo in fondo e vedo padre Michele in un confessionale. Si era appena allontanata una persona. Mi avvicino e lui mi saluta sfoderando il suo sorriso folgorante e commovente. “Sai, mi disse, sto ore e ore a confessare. Non posso e non riesco a passare un giorno senza poter confessare e raccogliere il bisogno d’amore e di perdono che ha un fratello e una sorella. Un uomo di Dio può fare tante belle cose, anche insegnare e pregare naturalmente, ma se non confessa, anche in giro, non adempie alla sua vocazione completamente”.
E gli occhi si illuminavano. Si ricordò del compleanno di mia figlia e mi lasciò un biglietto commovente che leggo e rileggo. Mi dico: che fortuna questo incontro. E mi dico anche: che fortuna che Bologna e questa terra hanno avuto con persone di spirito e di azione come padre Casali, il frate che confessava anche in osteria tra una canzone e un bicchiere di vino.
In un’intervista a Repubblica dell’aprile 2002 rilasciata al collega Michele Smargiassi diceva che “in confessionale sono felice”. Come mi aveva testimoniato nell’incontro schietto e improvviso in chiesa. E che gli piaceva conoscere tutti i poveri, in fila per il pane, e i potenti in fila pe rle riverenze, perché ogni persona ha diritto a “rispetto e amore”, che era il suo interesse globale per il genere umano come ricorda Smargiassi.
Sentivo di meditare profondamente quel pomeriggio nella chiesa di San Domenico, come se il mondo fuori e dentro si fosse sospeso nel quasi nulla di rumori e colori, e sentivo che non ero solo a pensare alle cose della vita e della morte.
Evidentemente mi guidava padre Michele riuscendo a far due o tre cose insieme oltre che a confessare per ore. “Le strade del Signore, diceva guardandomi fisso-fisso negli occhi, sembrano strette ma il Vangelo è largo, e ci dice che Cristo è venuto per tutti, per te, per me, per chi crede e chi non crede”. Solo a pensarci è una meraviglia. E io rimanevo immobile vicino a quel gigante di frate con quella tonaca bianca e nera solcata dalla corda del rosario che sembrava scolpita da un artista. E sentivo di meditare ad occhi spalancati.
Fabrizio Binacchi

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