Vivevo le mie lunghe giornate di cronista economico per il telegiornale nel cortile e nelle stanze dedicate alla stampa al pian terreno di Palazzo Chigi. Dentro a destra prima dello scalone. Il direttore e il caporedattore dell’epoca, fine anni 80, mi mandava volentieri al palazzo simbolo del potere perché ero quasi nuovo, faccia da bravo ragazzo, dicevano, castano chiaro e sbarbato, occhi azzurri, rassicurante. E poi non avevo l’accento romano e quindi era per l’epoca un’iniezione di novità, quasi di esoticità. Seguivo la parte economica e sindacale. Per la parte politica-politica c’erano nomi famosi Fulvio Damiani, Francesco Pionati, Daniela Tagliafico, Vittorio Orefice che faceva col cravattino farfallino il “pastone della domenica”: “L’onorevole Preti parlando a Cesena”… Che bello.
Io ero l’ultimo arrivato con l’ansia della preparazione. Alla prima diretta il mio caporedattore, Beppe Momoli, era preoccupato: mi riempì di consigli, giusti e delicati. Parole semplici, prendi fiato, scandisci bene le frasi, chiamami prima e leggimi tutto. La diretta per le 13.30 andò. Allora una diretta sui provvedimenti economici del governo era una cosa delicata, allora come oggi. Poteva partire qualche embolo del Paese se sbagliavi una cifra o una parola. 15 milioni di ascolti allora, e solo noi del servizio pubblico, per quel tempo.
La diretta andò, presi i complimenti anche del direttore Nuccio Fava che mi disse: “Con quella faccia da giovane-vecchio sei affidabile”. Il caporedattore mi chiese dove avessi preso quella sicurezza espositiva: “Marciapiedi, ospedali e tribunali”, risposi. Non c’erano le conferenze stampa organizzate come adesso. Allora eravamo metti una quindicina in tutto e cinque o sei noi dell’azienda di servizio pubblico, però alle uscite dei ministri o del presidente del consiglio si creava lo stesso la ressa di microfoni verso la bocca. Pericolosi. Ci si assiepava proprio davanti alla sala stampa, allora entravano in auto tutti fin verso lo scalone, il presidente o il ministro scendeva e l’auto parcheggiava nel cortile, ora non più. Da tanto immagino. Tante cose son cambiate dentro e fuori Palazzo Chigi da trent’anni a questa parte. Ricordo che al tempo parcheggiavo in piazza Colonna sotto la colonna. Ora inimmaginabile.
Scendeva dall’auto il vicepresidente del Consiglio De Michelis, rigorosamente dal sedile posteriore, lato passeggero con assistente e scorta, i riti della prima Repubblica, ed eravamo sicuri che qualche anteprima poteva esserci. Si avvicinava con la chioma al vento e sguardo acuto dietro gli occhiali e ci diceva la scaletta dei problemi e delle soluzioni. Un mattino per un Consiglio dei ministri importante arrivai presto al Palazzo addirittura prima del presidente del Consiglio Andreotti. Ero sulla porta della sala stampa verso il cortile e lui scendendo dalla macchina, una Croma azzurra color carta da zucchero, come si dice, mi vide e disse con il suo consueto fil di voce: “Ma voi della televisione volete arrivare prima delle notizie”. Per le dichiarazioni ufficiali che impegnavano tutto il Governo scendeva il sottosegretario alla Presidenze del Consiglio dei Ministri onorevole Nino Cristofori, democristiano andreottiano di Ferrara, che con il suo sguardo mite ed inclusivo poteva dire tutto e di tutto con la mediazione della faccia paziente. Giornate così.
Ricordo un otto agosto, con il tipico caldo ventilato romano, il governo fece l’ultimo Consiglio dei ministri prima della cosiddetta pausa estiva. Una marea di provvedimenti. Tornai in redazione con una paginata, o meglio una lenzuolata, di notizie che riguardavano tanti settori e tante materie: prezzi, tariffe, adeguamenti di indici e via elencando. Avevo un minuto e 45 secondi di tg, mica uno scherzo, roba da emirati come tempi aggiudicati. Mi scappò un aggettivo accanto alla parola aumenti e alla correzione del testo da parte del vicedirettore di turno mi si fece notare che forse per ragione anche di tempo era inutile mettere “sensibili aumenti” delle tariffe autostradali, bastava “aumenti” e avremmo guadagnato almeno un secondo. Grande scuola. Giorni memorabili. Quella frase mi ha seguito anche negli anni successivi, quando mi imbarazzavo meno in politica e fuori. “Ma voi arrivate prima delle notizie”. Replicai emozionato e forse imbarazzato “Ci proviamo presidente”.
Chissà cosa avrà pensato Andreotti di questo pischello di giornalista catapultato dalla provincia a Palazzo Chigi.
Fabrizio Binacchi

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