Quelli che adesso “ve lo racconto io come va il mondo”, e noi ci crediamo perché in fondo ogni tanto credere a qualcosa e a qualcuno fa pure bene. Quelli che si ritrovano ogni sei mesi e fanno il punto ma evitano il punto e virgola affrontando però i due punti con un certo sussiego.
Quelli che introducono e poi deducono, ma in fondo conducono, ovviamente da par loro. Perché sono loro altrimenti condurrebbero da par altri. E da “par altri” non sempre si riesce ad essere sé stessi. Quantunque.

Quelli che, e anche noi, siamo arrivati a Carmignano, ridente e pure sorridente località sulla dolce collina del Pratese, per visitare la Visitazione di Jacopo Carucci, il Pontormo e discutere di telelavoro come se Jacopo avesse fatto lo smart working, e ci siamo lamentati perché invece di arrivare subito a Carmignano ci siam persi a Poggio a Caiano.

Evviva, perdersi non fa mai male, perché poi ci si ritrova, ed è bello. Così ci ritrovammo, persi e ritrovati, nella Pergola dei Mercanti, in attesa dei crostini, a parlar di lavoro agile e lavoro fragile, di inglesismi che nemmeno gli inglesi usano e di libera informazione e libero pensiero, accompagnati dalle vignette dell’ineffabile Enrico Martelloni che una ne fa e cento-una ne pensa.
Con Angelo Giubileo, sociologicamente e filosoficamente, si ricorre a Parmenide e ci sovviene che in riunioni di redazioni passate qualcuno chiedeva ingenuamente: Parmenide? Oh ma non si diceva Parmense? Jacopo da Pontormo dipinge una Visitazione da Carmignano, qui tutto sa di radici e di terra potente, siamo poveri smartati ci racconta Giuseppe Mele e un po’ martirizzati tra definizioni astruse e astrusioni definitive, ma noi si ricorre sempre alla parola fatta a mano che è quella che ci salva, che è quella che ci può dare un orizzonte.
L’orizzonte della pergola in attesa delle pappardelle: “ma io un po’ più di sugo, ma io penso che siano buone buone”. E si pensa libero anche sui piatti, che è tutto dire. Diamoci pace, questo smart working, che nemmeno gli inglesi usano con questo nome, è uno smart working all’italiana.
Magari: gli smart working sono e sono stati tanti, c’è quello alla torinese e c’è quello alla ciociara, c’è quello alla veneziana, come il fegato, e c’è quello alla salentina. Qualcuno ricorda il vecchio telelavoro, che poi non era la stessa cosa, e qualcuno ricorda che talora veniva interpretato come lavoro alla televisione, che non era proprio la traduzione giusta.

Smartati ma non standardizzati, abbiamo timore degli standard e non sappiamo se diventare cittadini aziendali sia la stessa cosa di cittadini spaziali, abbiamo voglia di regole ma anche bisogno di scioltezza, di nitore, di splendore. Si dice diche avremo bisogno di superconduttori cone il litio, ma la nonna che gira il ragù pensa al conduttore super Carlo Conti, formati e riformati a seconda di spettacoli e talk che se sono show è meglio ma abbondano in tutti i campi: talk scientifici, talk tecnici, talk digitali.
Formazione e riformazione, formismo e riformismo, con l’innovazione e l’innovazionismo, non buono ricorrere agli “ismi” e tuttavia ci vuole attenzione al capitale umano, capitale da caput e umano da umano, si cerca il nuovo capitale umano ma non sempre si trova, per colpa di chi diceva una canzone. Una volta si chiamavano ricorse umane, risorse di qua, risorse di là, ru-ru come acronimo aziendale.
Ma quando lo sente mia nonna, che smette di fare il ragù, sbotta d’un colpo: risorse, risorse, solo uno risorse (passato remoto) e risorse la domenica. Parole fatte in casa per pensare libero in attesa delle pappardelle. “Più ragù per favore, ma no é buona anche così la pappardella”.
Ma dov’è finito Mariano chiede la Giada. Sarà rimasto a Poggio a Caiano, ma doveva arrivare a Carmignano. Vabbè, ormo su ormo, visitazione rinviata, grazie Pontormo.
Fabrizio Binacchi

Grazie