Presentato a Venezia nella sezione “Giornate degli autori” e apprezzato da un pubblico attento, candidato all’Oscar 2011 come miglior film straniero per il Canada, ”La donna che canta” diretto dal canadese Denis Villeneuve, è finalmente arrivato nelle nostre sale, grazie alla distribuzione della Luchy Red.
Il film, tratto da una lavoro teatrale di Wajdi Mouawad, autore libanese costretto a lasciare la sua terra a otto anni a causa della guerra civile, parte da una ripresa esterna.
La macchina da presa spazia in una piantagione di ulivi per avvicinarsi ad una finestra, penetrare in uno stanzone squallido dove dei ragazzini vengono privati dei capelli con le macchinette elettriche da miliziani palestinesi. L’obiettivo, seguendo i capelli che cadono, mostra i piedi scalzi dei ragazzi: uno, quello che guarda in macchina con uno sguardo pieno di rabbia impotente,
sguardo che invita lo spettatore ad entrare a far parte della storia che sta per essere raccontata, mostra tre punture nere in un tallone. Un incancellabile segno di riconoscimento futuro.
E in Libano, in quella terra dilaniata da odi religiosi, massacri nei campi dei rifugiati palestinesi da parte delle milizie cristiane, dalla dura rappresaglia musulmana sui civili cristiani, ha inizio il viaggio di Jeanne alla ricerca delle proprie radici, della storia vera di sua madre.
E di guerra tratta il film: guerra civile, guerra di sentimenti, guerra di tradizioni. La vexata quaestio è: si può interrompere la catena di odio che da decenni se non da secoli insanguina il territorio mediorientale?
Un proverbio arabo, chiarificatore di tanti odi e contrasti, recita:
“Io e mio fratello siamo in guerra tra di noi, io e mio fratello siamo in guerra con il cugino, io, mio fratello e nostro cugino siamo in guerra con tutti”.
Sembra proprio che quando il forte sentimento dell’odio riesce a farsi strada non si possa più tornare indietro ma, la madre protagonista del film, Nawal Marwan (la splendida attrice Lubna Azabal), lascia in eredità proprio il suo progetto di pace, progetto cui arriva nei lunghi anni di carcere e tortura, dopo aver creduto lei stessa di dover seguire la strada dell’odio e della vendetta.
La scena si sposta nel Canada odierno nello studio del notaio Lebel che legge a Jeanne e a Simon Marwan il testamento della loro madre Nawal. I gemelli restano scioccati nel vedersi porgere due buste, una destinata ad un padre che credevano morto e l’altra ad un fratello di cui ignoravano l’esistenza. Solo dopo aver espletato tutte le azioni di ricerca la donna potrà vivere, finalmente pacificata, nel ricordo, con il nome scolpito sulla lapide.
La figlia vede immediatamente in questo lascito misterioso la chiave del continuato silenzio della madre che si è addirittura fatto un mutismo esasperato nelle settimane precedenti la morte. Jeanne decide di partire subito per il Medio Oriente sulle tracce di una famiglia di cui non sa nulla o quasi; il fratello non vuol conoscere nulla e resta in Canada…Sarà coinvolto in seguito e rimarrà sempre più coinvolto e sconvolto nel dipanarsi della matassa. Il filo della storia lentamente si dipana con il notaio Lebel che spiana la strada ai due giovani fino a consentire la tanto agognata consegna delle lettere.
Lo spettatore rivive il passato della donna, una cristiana che vorrebbe la pace fra tutte le comunità, ma che incappa subito nella violenza della sua stessa famiglia: i fratelli dopo aver ucciso il suo amore in quanto “straniero” (è uno degli internati nei campi “di raccolta”) vorrebbero uccidere anche lei che incinta li ha disonorati; la salva la nonna che fa nascere il bambino e punge in profondità il tallone del neonato.
Jeanne apprende che la sua venuta nel paese della madre non è gradita e lo spettatore è colpito dalle immagini di una Nawal giovane studentessa universitaria che crede nella pace, ma è costretta a vivere in un clima di violenza inaudita: tanto che anche lei si convince che la pace passi attraverso la violenza…
Fino alla dimostrazione finale che, per quanto esatta possa essere la scienza matematica e per quanto innegabile possa sembrare l’affermazione che uno più uno fa sempre due, nella realtà questo assioma non è scontato. Nella realtà può succedere che 1 + 1 = 1, come dolorosamente scopriranno i gemelli.
Un film duro, come è dura la guerra, come è duro l’odio; difficile, per i continui passaggi spazio temporali dalla vita della madre alla ricerca della figlia, un film il cui il dolore dello sceneggiatore è tangibile, un film che ci farà sentire ancora più vulnerabili perché la spirale dell’odio e della incomprensione si fa sempre più stretta intorno a noi.
Un film assolutamente da vedere, un dolore da celebrare insieme per cercare di capire.
Maria Rita Monaco

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