na cieca ottusità paesana governa da anni la Città. Cieca e ostile, come solo un odio “provinciale” potrebbe essere, verso Firenze, verso il suo significato e la sua bellezza che da quel significato è inseparabile; ostilità che va persino oltre la costitutiva “estraneità” a Firenze della casta dei suoi governanti, denunciata da Franco Camarlinghi.
Non bastavano ad esprimerla l’incuria diffusa, la sporcizia in cui ci si imbatte ad ogni angolo, la sciatteria che contrassegna quasi ogni iniziativa pubblica, la mancanza di stile, travestita (nel migliore dei casi) di populismo, che ci umiliano. Non bastava l’infezione prodotta nel sacro
spazio della Città da uno sregolato turismo, che indica *tuttavia* alla nostra indifferenza i valori persistenti di bellezza che, evidentemente, i nostri occhi non sanno più leggere; quel turismo che potrebbe trovare la sua regola se fosse oggetto, ad un tempo, del nostro riconoscimento.
Non bastava perché, certo, le omissioni sono frutto di passività, di inazione; sono dei vizi sotto gli occhi di tutti. Per mostrare di essere capace di azione, capace di virtù, il governo di Firenze impone ora alla città, al suo nucleo sacro (per fortuna, i caratteri della rete viaria del
centro antico hanno frustrato il progetto del suo *totale* e ramificato ttraversamento), finalmente un “bene”, perpetrato da anni.
Come si fossero detti: “Spezziamo in due la Città con un taglio largo e netto, con una massa meccanica in movimento costante”; un eversivo atto futuristico” su grande scala, dunque, però inconsapevole, seriosamente inteso come ordinario, buono e sensato. Quindi incontrollabile nelle sue
conseguenze pratiche e spirituali. Se infatti qualcuno avesse deliberato l’attraversamento del centro, da parte del treno urbano, in termini di Modernità eversiva, potremmo porre la discussione in termini dignitosi. In un celebre manifesto del 1946 un gruppo di artisti scriveva, neo-futuristicamente: “Le antiche immagini immobili non soddisfano più le esigenze dell’uomo nuovo, formato nella necessità dell’azione, nella
convivenza con la meccanica, che gli impone un dinamismo costante.
L’estetica del movimento organico rimpiazza l’estetica vuota delle forme fisse”. Ragioni e utopie invalidate dalla storia, anche da quella dell’arte; comunque qualcosa di pensato. In questa visione si potrebbe anche, anzi si dovrebbe, trasformare “genialmente” Santa Maria del Fiore nella Stazione
Centro; il tenditoio di Isozaki potrebbe esserne la “porta moderna”.
Niente di trasgressivo, ovviamente, o forse qualche residuo modernistico inconsapevole, alimenta invece la pervicacia di una decisione che porta “lo schiaffo, il pugno” tra santa Maria Novella, il Battistero, e San Marco.
Solo la proposta di un “bene”, che incanta qualcuno. Ma i contemporanei sono agguerriti; il recente Novecento ha conosciuto troppe, e drammatiche,”falsificazioni del bene” perché un’ennesima, minima (?), falsificazione ci inganni. Per questo anche non possiamo tacere della piccola (ma non troppo)*trahison* che ha indotto cólti responsabili della difesa del nostro patrimonio artistico e studiosi di autorità a chinare il capo di fronte ai padroni della città.
Ben oltre un secolo fa John Ruskin scriveva, col “crepacuore” per una città già in declino di senso:”Il Battistero di Firenze è l’ultimo edificio eretto sulla terra dai discendenti degli artefici ai quali Dedalo fu maestro; e la Torre di Giotto è il più bello di quelli eretti sulla terra sotto l’ispirazione degli uomini che innalzarono il tabernacolo nelle solitudini del deserto. Di opere greche
*viventi* esiste solo il Battistero di Firenze; mentre, delle opere cristiane *viventi*, nessuna è perfetta come la Torre di Giotto”.
L’altezza interpretativa, non importa quanto condivisibile oggi nei suoi particolari, permetteva a Ruskin di affermare la santità del luogo, di “quell’oasi *unica* sulla terra”, per la storia del mondo.
Quest’*oasi*simbolicamente potente, che già la mutazione borghese postunitaria non poteva intendere, va riacquisita, assolutamente; certo, non con “gesti” di cui non si coglie la portata, con sfregi, “tagli”, di irrazionale modernità.
L’attraversamento del Centro non regge ad una analisi costi-benefici che sappia cos’è costo e cos’è beneficio *per Firenze*. Fino a quando tollereremo nel corpo della Città l’*estraneità* proterva delle nostre amministrazioni, e la nostra stessa indolenza e quasi assuefazione al
peggio?
IN TRENO AL BATTISTERO
Come si fossero detti: “Spezziamo in due la Città con un taglio largo e netto, con una massa meccanica in movimento costante”: un eversivo atto futuristico. di Pietro De Marco

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