
Se c’erano alcune cose in cui Ugo Intini credeva fermamente, la prima era fuor di dubbio la fede nel socialismo democratico e riformista come motore del progresso dei popoli. La seconda, il valore della staffetta tra le generazioni, quel prezioso passaggio del testimone tra esperienze che viceversa avrebbero rischiato l’oblio e la dannazione che tocca alla memoria perduta.
E questo lo si evince anche dalla produzione saggistica e storica che non ha lesinato di sfornare negli anni. Per ultima, last but not least, la passione per il giornalismo in tandem con quella politica, perché come soleva ricordare, giornalismo e politica un tempo erano all’incirca la stessa cosa. Come dimostra a rafforzarne la tesi, l’illustre Pantheon socialista, da Costa, Treves e Turati, a Nenni, Saragat e Pertini e allo stesso Craxi. Quasi tutti i dirigenti socialisti, in quasi un secolo e mezzo, sono stati anche ottimi giornalisti.
Durante gli anni universitari, inizia a frequentare da correttore di bozze, la sede milanese dello storico quotidiano socialista, del quale un giorno diverrà direttore. Una realtà assai lontana da quella odierna, visto che il giornale col punto esclamativo è stato in diverse epoche il quotidiano italiano più diffuso e il primo ad avere tre tipografie che stampavano in concomitanza, a Milano, Roma e Napoli.
Nel 1976 è chiamato a farsi le ossa come direttore del quotidiano genovese “Il Lavoro” già diretto da Sandro Pertini per quasi un ventennio, avvicendandosi con Paolo Vittorelli che assumerà la guida dell’Avanti! E’ un periodo cruciale per lo scenario politico italiano e internazionale. Nel luglio di quell’anno in un memorabile comitato centrale del Partito Socialista, un’altro milanese quarantenne, fino ad allora poco conosciuto, Bettino Craxi, era stato chiamato a dirigere il partito in un cruciale tentativo di invertire la rotta, dopo la fallimentare gestione di De Martino, che non aveva ben compreso che l’alternativa di sinistra in Italia era un processo impossibile da realizzarsi, posto che il conflitto dei due blocchi contrapposti Est/Ovest, imponeva la massima intransigenza nella gestione degli Stati nazionali, fortemente interdipendenti rispetto alla potenza di riferimento. E’ In questo quadro che avvengono a distanza di pochi anni due sinistri avvenimenti fortemente indicativi: l’attentato ad Enrico Berlinguer, segretario del PCI, avvenuto a Sofia nel maggio 1973; e il rapimento e l’uccisione del presidente della DC, Aldo Moro, conclusosi nel maggio 1978, con il ritrovamento del corpo in via Caetani. Fu proprio il nuovo segretario socialista a dare un impulso controcorrente nei giorni della prigionia di Moro, mettendosi alla testa del c.d. “partito della trattativa” segnando una cesura netta in quella fase, con le segreterie democristiana e comunista. Fu in quei mesi che si rivelò estremamente proficua l’amicizia, l’identità di vedute e la collaborazione tra Intini e Craxi, artefici assieme agli altri “colonnelli” del “nuovo corso” del PSI. Un sodalizio nato proprio nelle stanze della redazione milanese dell’Avanti! agli inizi del decennio precedente.
Entrambi autonomisti e riformisti, entrambi di origine siciliana. Con l’assassinio dello statista pugliese, la guerra tra Stato e antistato terrorista (con molti interessati appoggi internazionali) aveva raggiunto l’apice. Il contesto politico e sociale visse uno sbandamento di proporzioni mai viste dal dopoguerra. In quel clima di fortissime tensioni, si rinnovava alla fine del mese successivo, la più alta carica dello Stato. La presidenza Leone era terminata in una selva di polemiche, amplificate dagli avvenimenti di via Fani, ed aveva contribuito ad aprire vistose crepe all’interno del partito di maggioranza relativa. Fu chiesto ai socialisti di presentare una rosa di candidati, e Bettino stese sul tavolo tre carichi da undici. Giuliano Vassalli, Antonio Giolitti e Sandro Pertini. Sappiamo benissimo come andò, e i comunisti, intendendo fare uno sgambetto al segretario socialista, puntarono sul più anziano dei tre e anche su quello più distante ideologicamente dal “nuovo corso”. E fu così che Pertini con l’82,3% dei voti, risultò eletto con la maggioranza più ampia della storia repubblicana.
Il 13 luglio di quell’anno, Intini lascia la direzione del quotidiano socialista ligure, e viene chiamato a Roma ad assumere compiti via via sempre più importanti nel partito e nella guida del quotidiano socialista, prima in tandem con Craxi e poi con il trasloco a Palazzo Chigi del segretario, direttore fino all’ottobre del 1987.
Erano gli anni dell’ascesa inarrestabile dell’Italia nel panorama mondiale, grazie alle nostre imprese pubbliche e private, e i rapporti dell’imprenditoria e dei sindacati, erano molto forti con la politica. Craxi dal governo e Intini dalle colonne dell’Avanti! contribuirono in maniera determinante ai successi internazionali del Paese.
Poi giunse l’89 e il sistema sovietico improvvisamente crollò, e il ‘900 si chiuse bruscamente, praticamente in quel momento.
Quello che accadde successivamente noi socialisti lo ricordiamo in maniera particolare, consapevoli che la storia ancora non si è decisa a scoprire tutte le carte. Ma di certo, e Ugo Intini lo ha sostenuto molte volte nei suoi numerosi articoli e interventi, nei suoi libri che restano una testimonianza straordinaria di una storia che ha rischiato di essere cancellata per sempre, l’operazione “mani pulite” fu un golpe bianco in piena regola, diretto da quell’orchestra internazionale che non fu estranea nemmeno al terrorismo e alla fine di Enrico Mattei.
In quel periodo Intini pubblica due editoriali assai indicativi: “Golpismo strisciante” e “Un ’68 alla rovescia” dove si paventa nel primo l’eterodirezione di “Tangentopoli” e nel secondo, un’analisi delle differenze sostanziali tra un ’68 solidaristico e iperpolitico, e un ’92 di segno opposto, individualista e antipolitico. La genesi del trentennio successivo. Dove l’Italia ha perso le posizioni conquistate nella stagione della c.d. I Repubblica, lasciando sacrificare sull’altare dei nuovi assetti geostrategici, una grossa fetta della sua ricchezza effettiva. Non solo materiale. Col risultato di esserci ritrovati poi, al posto della democrazia così come l’avevamo conosciuta fino ad allora, fenomeni nuovi e divisivi come il localismo, il lobbismo, il corporativismo, il populismo. E in tempi recenti, l’arrembaggio scomposto della destra revanchista che invece di cogliere l’occasione per costruire un partito conservatore moderno, ben ancorato nelle istituzioni democratiche, indugia nelle nostalgie canaglia del ventennio mussoliniano.
Ciao Ugo, e grazie per il grande patrimonio civile che lasci alle giovani generazioni di questi Paese.
Alessandro Silvestri

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