La realtà cambia, e, se cambia lei, cambiamo anche noi. Solo il linguaggio, come un’entità astratta sovradeterminata, pretenderebbe di restare sempre uguale a se stesso, ma siamo senz’altro noi che lo creiamo e poi lo adattiamo.
Avrei potuto scrivere forse un ultimo articolo. Ancora uno, e basta. Ma, per esperienza, non sai mai quando è il momento in cui dentro di te appare il logos e, come spesso mi capita, avverti il bisogno di metterlo per iscritto e, magari, renderlo pubblico. Si tratta di un rapporto assai complesso – non ho voglia di stare qui a puntualizzare -, tra la vita in generale e il linguaggio in particolare. I greci avrebbero detto il linguaggio degli enti, i latini delle cose, noi delle parole. Che, oggi, significano il linguaggio per quello che più rappresenta. Semplicemente, un immagine e non la realtà. Bellezza, direbbe il mio amico Antonluca, è l’era della comunicazione!
La mia vita ha intersecato alcuni sentieri, né vie né autostrade, della politica da poco più di un decennio ed è bastato vivere, almeno qui in Italia, da poco più che adolescente, i tempi immediatamente precedenti alla caduta del Muro di Berlino, per chiedersi se oggi abbia ancora un senso parlare di destra e di sinistra. Non lo ha, e credo ormai da tempo. Almeno dalla caduta di quello e di tutti gli altri muri della storia.
Nell’Italia della Prima Repubblica avevamo già un partito della nazione, che era la Dc. Ed è sbagliato infatti pensare al Pci come ad un partito, di sinistra, in grado sì di fare l’opposizione ma non di conquistare il governo, per l’appunto della nazione. Il mio amico Franco su facebook scrive che è in fondo quanto mai strano pensare che la sinistra, nata rivoluzionaria, rappresenti oggi la conservazione. Usando un’espressione di Nicola Rossi, dimostri cioè di essere, come di fatto lo è, “avversa al rischio”.
Bellezza, direbbe ancora il mio amico Antonluca, è la realtà che cambia!, mentre il linguaggio aspira a rimanere sempre uguale a se stesso. A volte s’intestardisce e diventa pura tautologia, serve cioè solo a se stesso, e quindi semplicemente non serve più. Non indica niente più all’altro, è fine a se stesso e destinato prima o poi all’oblio.
Umberto Eco, con Il nome della rosa, aveva già anticipato questo percorso subito alla fine degli anni Settanta. Memore della sua esperienza di sinistra e di una rinnovata analisi, semantica, del linguaggio. Viceversa, ad esempio, Emanuele Severino; il quale, restando ancorato all’esistenza di una presunta struttura originaria, è andato sempre alla ricerca di un linguaggio che sapesse o, con il passare del tempo e il progressivo svanire dell’illusione leopardiana, riuscisse in qualche modo a rappresentarla.
Perdonatemi la fretta, ma la sinistra nasce come movimento e, in antitesi direbbe Hegel, l’inventore della destra e della sinistra storica, diventa un partito; nasce idealista, ispirandosi ad una matrice che non trova riscontro nella realtà presente, e in antitesi diventa materialista; in definitiva, nasce rivoluzionaria, qualcosa che ha certamente a che fare con la sovrastruttura di governo, e in antitesi mira alla conquista strutturale del potere. In Italia, sin dai tempi di Togliatti e della nascita della Repubblica. Fino al punto da stringere, una volta giunta al potere, o almeno averlo creduto o pensato, un patto di conservazione con la magistratura, servendosi di istituti giuridici come la prescrizione o qualche altro simile artifizio. Un ordinamento democratico, e quindi giuridico, diceva Kelsen, poggia essenzialmente su una norma fondamentale, la Grundnorm, al vertice della piramide organizzativa del governo e del potere, e qui, in Italia, trattasi senz’altro della Corte Costituzionale. Mentre scriviamo, è difficile che il Parlamento abbia provveduto alla nomina del giudice, che manca ed è attesa da anni.
E, nel frattempo, anche Giorgio Napolitano ha deciso di lasciare l’incarico. Il tempo passa, e la realtà cambia. Anche per lui che, da giovane, si trovò, suo malgrado, iscritto ai GUF e poi, in età matura, iscritto al PCI, sostenere prima le ragioni dell’URSS e ora, in età più che matura, riconoscersi il miglior amico degli Americani. Quanto disprezzo aleggia e promana da parte di chi usa ancora questo linguaggio …
La realtà cambia, e, se cambia lei, cambiamo anche noi. Solo il linguaggio, come un’entità astratta sovradeterminata, pretenderebbe di restare sempre uguale a se stesso, ma siamo senz’altro noi che lo creiamo e poi lo adattiamo e lo conformiamo alle nostre nuove esigenze. In principio era il verbo e il verbo non era dio.

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