Ma chi ce lo fa fare? Stare una, due -a volte- tre ore al giorno in auto per andare a lavorare, portare il pargolo a scuola, la nonna all’ospedale, fare la spesa all’ipermercato sotto la tangenziale. Ci sono viaggi obbligati e viaggi facoltativi. Imbottigliati e pure dannati. Gli spostamenti per andare al lavoro sono quelli più obbligati e danno origine alla pendolarità, ai pendolari più o meno obbligati. E danno origine a quella urticante e claustrofobica classifica delle ore passate imbottigliati in auto.
A Roma 254 ore all’anno secondi al mondo i romani solo a Bogotà. Chissà come si sta imbottigliati a Bogotà?! Non è una canzone, non è uno scherzo. Anche Milano non sta bene, nei primi dieci posti delle città più imbottigliate al mondo. Troppe auto nelle stesse ore. Poche ore con milioni di auto in giro.
Dalle 7 alle 10, dalle 17 alle 20 le nostre strade, i nostri viali, le nostre tangenziali si trasformano in enormi imbuti automobilistici, incubi del mattino, incubi della sera. E parliamo di medie quindi può darsi benissimo che ci siano romani e milanesi che stanno anche 400 o 500 ore all’anno in auto, fermi o quasi, in colonna tra un semaforo e l’altro, tra uno svincolo e l’altro, tra un incrocio e l’altro.
E se abolissimo i pendolari? Lo diceva un mio amico e collega qualche lustro fa. E si chiedeva: perché deve esistere la pendolarità? Perché tra le mille norme che si inventano e si introducono, diceva il visionario ma neanche troppo collega scrittore, non si introduce una norma semplice e gustosa: abitare a 5 chilometri al massimo dal posto di lavoro. Poi ci pensava un po’ e diceva: facciamo tre, 5 sono già troppi.
Apriti cielo: attentato alla libertà residenziale, attacco alle prerogative circolatorie, un vulnus profondo alla democrazia del movimento. Benissimo, e allora stiano state in coda. Provata in certe ore ad andare da Prato Est a Firenze Aeroporto. Provate in certe ore ad entrare a Mantova da Porta Cerese, fatte le debite proporzioni. Provare in un certo orario a Roma ad andare da Piazza Cavour al Portuense: io l’ho provato un tardo pomeriggio di inizio aprile, cielo sereno, assenza di eventi topici, due ore e trenta.
Provate in certi orari a Milano ad andare dall’Arco Sempione a Piazza Firenze, ci si mette di meno in condizioni normale a fare Bologna Milano Marittima. Una volta. Imbottigliati e dannati. Ore, giorni, passati al volante, sequestrati dal traffico, prigionieri delle code. Bella vita, bel sistema.
Dove non si può pensare ad un norma coercitiva dovrebbe intervenire in buon senso: se lavoro in via Farini a Milano perché scelgo di abitare a Lurate Caccivio, Como? Faccio per dire. Se il mio ufficio è a piazzale Clodio, puta caso, perché mi costringo ad abitare al Laurentino? Se lavoro a Montecatini perché devo a tutti i costi risiedere a Rignano sull’Arno?
Lo so, lo so bene, non tutti siamo liberi di abitare dove vorremmo, di avere casa dietro l’ufficio o nel quartiere della nostra imprese, ma certo le esperienze di questi giorni ci dicono che le nostre abitudini di vita sono a ben guardare assurde e umanamente incomprensibili. Le grandi industrie storiche del Novecento si premuravano di fare le abitazioni per i dipendenti a poche centinaia di metri dalle fabbriche: l’Olivetti come la Lubiam.
Sprechiamo tempo a suonare il clacson a quello davanti invece di stare di più con i nostri nonni o i nostri figli, ci danniamo per arrivare in tempo in un posto senza considerare che tante volte la nostra presenza fisica potrebbe essere sostituita integrata o surrogata dalla nostra presenza virtuale, dalla nostra idea, dal telelavoro.
Si domandò un giorno mia nonna Clotilde, anno di nascita 1906 era di calessi, carrozze e cavalli, quando andò per la prima volta in autostrada: “perché siamo in tanti che andiamo in su e altrettanti anche vanno in giù”? Domanda apparentemente banale.
Non so se abitare vicino al luogo di lavoro allunghi la vita, forse ci sarebbe bisogno di una specifica ricerca scientifica, ma di sicuro ti cambia l’umore. E l’odore della vita.
Fabrizio Binacchi

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