Mentre le Frecce Tricolori dopo quello di Torino solcano i cieli d’Italia sino al 2 giugno, molti ricordano il 24 maggio 1915, giorno dell’intervento dell’Italia nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa (Russia, Gran Bretagna e Francia) contro l’impero austro-ungarico e la Germania. Secondo alcuni quella data va ignorata perché gli italiani erano divisi. Da una parte scesero in piazza gli interventisti, che costituivano una minoranza molto variegata: nazionalisti, socialisti rivoluzionari, qualche anarco-sindacalista, repubblicani, la destra liberale di Antonio Salandra e il Grande Oriente d’Italia. Dall’altra la maggioranza degli italiani, formata da liberali progressisti, guidati da Giovanni Giolitti, socialisti e cattolici, era per la neutralità ma rimase muta spettatrice e fu scavalcata.
La Storia non va “giudicata”, né “condannata” o “assolta”. Va studiata e capita. Per farlo occorre calarsi nello spirito dei suoi protagonisti, sia rumorosi sia silenziosi. Giolitti non era né pacifista né neutralista incondizionato. Riteneva che l’Italia, economicamente e militarmente debole, potesse entrare in guerra solo quando l’ “Austria” fosse alle corde, “per il testamento”, come disse anche il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano. Non era cavalleresco, ma realistico.
Però, subito dopo la dichiarazione di guerra, alla prima occasione da presidente del Consiglio provinciale di Cuneo proprio Giolitti disse solennemente: “Quando il Re chiama il Paese alle armi, senza distinzione di parti e senza riserva la provincia di Cuneo è unanime nella devozione al Re, nell’appoggio incondizionato al Governo, nell’illimitata fiducia nell’esercito e nell’armata”. L’Italia era unita e avrebbe vinto, come poi accadde, sia pure dopo molti e terribili sacrifici. Fosse così anche oggi…
Perciò il 24 maggio va ricordato. Lo fa la Consulta dei senatori del regno (“Associazione” voluta da Umberto II e comprendente la Principessa Maria Gabriella di Savoia) con un messaggio diramato dal suo Segretario, il genovese Gianni Stefano Cuttica. Esso afferma:
“A soli due anni dalle molte rievocazioni e pubblicazioni sulla Grande Guerra, il 105° anniversario dell’intervento del Regno d’Italia, scolpito nella memoria della “Itala gente da le molte vite”, trascorre nell’oblio delle Istituzioni. Quale ne sia la valutazione storiografica, nessuna emergenza giustifica il silenzio su una data comunque centrale nella storia della Nazione. La Consulta dei Senatori del Regno richiama alla riflessione sul XXIV Maggio 1915, premessa dell’unione all’Italia di Trento e Trieste e del conseguimento dei confini vaticinati e additati dall’aurora del Risorgimento e da “Padre Dante”.
“Il ricordo delle durissime prove sopportate dall’intervento in guerra sino alla Vittoria del IV novembre 1918 è indispensabile per risalire la china: impegno e sfida dell’Italia odierna”.
Il ricordo di quella data è indispensabile nelle difficoltà attuali, gravi ma non invalicabili se si ritrova lo spirito dell’unità nazionale, che fu italiana ed europea sin dalle sue origini.
Aldo A. Mola

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