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Il vero problema di Dazn non sono i server, ma chi c’è dietro

In Italia nessuno si è preoccupato di chiamare direttamente in causa il proprietario di Dazn, Len Blatavnik. Eppure a marzo gli studenti di Yale hanno protestato per le donazioni al loro ateneo dell’oligarca che ha costruito la sua fortuna con le privatizzazioni della Russia post sovietica. Continua a finanziare Medvedev, Putin e altri leader politici? Il giornalismo investigativo italiano dovrebbe quanto meno accendere I riflettori su questi temi. Di Marco Mayer

di Marco Mayer | 22 Agosto 2022

Milioni di tifosi italiani hanno protestato contro la piattaforma Dazn, la cosiddetta “Netflix del calcio”. Questo episodio fa parte del lato oscuro delle “società digitali” in cui siamo immersi. Sono stato tra i primi ad usare l’espressione “società digitale” rispetto alle tradizionali definizioni di V dominio nella dottrina militare, infosfera coniata dal filosofo Luciano Floridi, ecc. Non le giudico sbagliate, ma riduttive.

La dimensione digitale è ormai diventata trasversale e pervasiva. Al di là del disastro mediatico nella prima giornata di campionato di calcio quanto è successo è la riprova che la politica (e in particolare la sinistra) sbagliano a considerare la transizione digitale solo nei suoi aspetti positivi – peraltro molteplici (come ad esempio la telemedicina).

È indispensabile accendere I riflettori anche sulle grandi concentrazioni di potere favorite dalle tecnologie digitali e tener conto delle opacità, dei rischi e delle conseguenze sulla vita delle persone (nuove dipendenze psicopatologiche comprese).

La dimensione digitale agisce come uno specchio della società riproducendone tutti i vizi e tutte le virtù. Ma è uno specchio speciale che non riflette passivamente. Trattasi viceversa di un potente specchio interattivo in grado di disinformare i cittadini con estrema facilità e comunque peggiorare o migliorare o deformare la realtà sociale in cui viviamo.

Il caso Dazn è l’ennesima conferma che è sbagliato considerare l’universo digitale come se fosse “il mondo di Alice nelle meraviglie” come hanno pensato gli inventori del Web e numerosi sociologi alla fine degli anni Novanta.

Nel passaggio dal secondo al terzo millennio chi aveva colto le contraddizioni della globalizzazione digitale e finanziaria non sono stato certo i Clinton, i Blair o il nostro D’Alema abbagliati dalla visione idilliaca della terza via del sociologo Anthony Giddens.

Uno dei pochi leader mondiali che nei vertici di Washington e di Firenze (in cui fu lanciata la terza via) che ha colto le enormi contraddizioni che stavano nascendo è Fernando Cardoso – all’epoca presidente del Brasile.

Prendo spunto dal calcio e dal caso Dazn per mettere in rilievo che l’errata comprensione dei processi indotti dalla globalizzazione digitale e finanziaria ha spiazzato il centro-sinistra lasciando campo libero alla destra populista in Europa e negli Stati Uniti.

Come sostiene da anni Valeria Fargion per la sinistra e i sindacati dei paesi più avanzati “conciliare i diritti dei lavoratori dei paesi ricchi con quelli dei paesi poveri resta ancora oggi la quadratura del cerchio”.

Sui lati oscuri e le opacità della rivoluzione digitale mi limito a ricordare due autorevoli voci critiche. Per le scienze sociali Alain Touraine e per le cosiddette “hard sciences” Isaac Ben-Israel.

La reazione dei partiti politici al caso Dazn mi ha deluso perché nessuno ha pensato di scavare in profondità su quanto è accaduto.  Il mancato collegamento con gli stadi non rappresenta semplicemente uno dei tanti sintomi della fragilità che caratterizza le società digitali in cui siano immersi, ovvero l’insicurezza.

In Italia nessuno si è preoccupato di chiamare direttamente in causa il proprietario di Dazn, Len Blatavnik. Non mi si dica che (solo per fare un nome) Carlo Calenda data la sua storia manageriale con Luca Cordero di Montezemolo non lo sapesse. Eppure basta cercare due minuti su Google per scoprire che a marzo gli studenti di Yale hanno protestato per le donazioni al loro ateneo dell’oligarca che ha costruito la sua fortuna con le privatizzazioni della Russia post sovietica.

Ecco il link per la curiosità di lettori e tifosi.

Non so se le proteste di Yale siano pienamente giustificate. Né sono in grado di verificare se Blatavnik sia stato (o sia ancora) uno degli sponsor di Trump, Medvedev, Putin e di altri politici, tra cui leader democratici come Obama e Buttigieg.

Il giornalismo investigativo italiano dovrebbe quanto meno accendere I riflettori su Dazn come un piccolo segmento del grande impero mediatico, energetico e immobiliare che fa capo a Blatavnik.

È chiaro che se gli italiani fossero stati informati dai media non avrebbero protestato contro una sigla anonima e impersonale, ma con una personalità potente (quanto controversa). Non c’è dubbio che la comunicazione del loro disagio sarebbe stata più diretta ed efficace.

I grandi interessi quando operano in rete spesso amano mascherarsi sotto l’egida di marchi anonimi, criptici e/o seduttivi. Quanti utenti italiani sanno che il gestore WindTre è al 100% di proprietà di una holding cinese, idem per i cellulari di Oppo? Per inciso probabilmente sono serviti a compensare la crisi di vendite degli smartphone Huwaei. Chi sa che Fastweb appartiene da anni alla telecom svizzera Swisscom?

Una delle funzioni più importanti del giornalismo di inchiesta oggi è (o almeno dovrebbe essere) far sapere ai cittadini chi c’è dietro determinate sigle.

Marco Mayer    (pubblicato su formiche.net)

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: anni, brasile, crisi, europa, finanziaria, firenze, globalizzazione, italia, Luca Cordero di Montezemolo, mondo, obama, partiti politici, persone, populista, privatizzazioni, putin, sindacati, stati uniti, studenti, telecom

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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