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Il velo islamico, le tradizioni e quel difficile equilibrio tra diritti

Dal caso di Perugia serve sviluppare una riflessione politica e culturale di ampio respiro affinché il giusto rispetto delle diversità non si trasformi in un attentato alla libertà della donna.

di Marco Mayer | 28 Novembre 2021

A Perugia il sostituto procuratore Franco Bettini ha richiesto l’archiviazione di un caso aperto dopo la denuncia di un marito da parte della moglie con la seguente motivazione: “La condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra nel quadro culturale, pur non condivisibile in ottica occidentale, dei soggetti interessati”. E ancora: “Le evidenze emerse a seguito delle attività d’indagine non consentono di ritenere configurabile o sostenibile in termini probatori il reato”.

Il procuratore capo Raffaele Cantone ha incontrato per chiarimenti il suo sostituto, da cui peraltro ha preso subito le distanze con una dichiarazione all’Ansa: “Imporre il velo non può essere giusto nel nostro Paese che ha proprie regole. Che non sono certamente quelle della tradizione islamica”. “Mi riservo di approfondire e verificare quanto scritto nella richiesta d’archiviazione”, ha spiegato ancora, “che non conoscevo perché per questi atti non è previsto il visto né da parte mia né del procuratore aggiunto”.

Ciò che colpisce in questa vicenda giudiziaria (almeno da quanto si legge sui giornali) è l’assenza di ogni riferimento ai valori di libertà solennemente sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite nonché nella nostra Costituzione.

Rispetto alla vicenda che ha coinvolto la procura di Perugia mi interessa mettere in luce il potenziale conflitto tra due diritti di cui si discute spesso: quello a riprodurre le tradizioni consuetudinarie della propria comunità (per esempio portare il velo) e quello di non riprodurre le tradizioni della comunità a cui appartiene (non indossare più il velo), il cosiddetto exit right.

La necessità di sottolineare che esiste una nitida gerarchia tra queste due fattispecie è quasi sempre assente dal dibattito pubblico. Per quanto importante sia salvaguardare le tradizioni di una comunità e promuovere le diversità culturali che cosa prevede la legge per una donna che non vuole più indossare il velo?

Il diritto delle donne a indossare il velo e di perpetuare una tradizione non può in alcun modo trasformarsi in dovere. Sarebbe una lesione al principio fondamentale della libertà personale.

La risposta non si trova dunque nel relativismo dell’“ottica occidentale” per citare le parole del il sostituto Bettini, ma nei principi fondamentali della Costituzione.

La materia è della massima rilevanza perché attiene alla dimensione universale della libertà personale e pertanto al diritto inviolabile alla dignità umana, sancita solennemente dalla Dichiarazione dei diritti umani approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, a cui tutti i Paesi – in termini più o meno appropriati – fanno riferimento.

“Dignità umana come dignità della persona”  potrebbe, a mio avviso, rappresentare l’espressione cerniera capace di mettere in comunicazione le molteplici eredità culturali, istituzionali e religiose ancora profondamente diverse e lontane.

Nel 1854 lo studioso Mahmud al-Alusi nelle sue profonde e originali esegesi dei versi del Corano contenute in Rūḥ al-Ma‘ānī,  a proposito del verso 17:70 del Corano ha scritto che ognuno – “tutti i membri della razza umana, compresi il pio e il peccato” – hanno “dignità, nobiltà e onore, che non possono essere resi esclusivi di un particolare gruppo o classe di persone”.

La mia è soltanto una suggestione perché non ho le competenze per approfondire un tema di questa portata. Auspico che il parlamento, proprio prendendo spunto dal caso giudiziario di Perugia, sviluppi una riflessione politica e culturale di ampio respiro.

La difesa della giovane donna marocchina ha annunciato che il prossimo 25 novembre, nella giornata internazionale contro la violenza alle donne, farà opposizione alla richiesta di archiviazione del sostituto procuratore. È una scelta intelligente anche per il suo significato simbolico.

Il tema, tuttavia, deve essere affrontato anche al di fuori dalle aule giudiziarie  coinvolgendo l’opinione pubblica. Qualunque sia l’opinione di un magistrato è inammissibile che il giusto rispetto delle diversità culturali si trasformi in un attentato alla libertà della donna e in violazione della sua dignità.

Marco Mayer   (formiche.net)

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: costituzione, diversità, giornali, opposizione, parlamento

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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