
E’ una passione strana. Lo riconosco. Quasi sadica, direbbe qualcuno. Eppure è una passione, una passione con la P maiuscola. Perché solo una passione immensa può portare migliaia di giovani a sfidare le intemperie e scendere su campi che spesso sarebbero più adatti alla coltivazione di patate, soli in posti anche sperduti armati di cartellini, fischietto e cronometro. Perché questo è l’arbitraggio. La serie A è un palcoscenico per pochi eletti. Ma è a livello giovanile e dilettantistico che si formano i migliori. Categorie sotto valutate, e mal pagate. E come è ovvio che sia in periodi di crisi questi pochi soldi nemmeno arrivavano.
Certo. Questo potrebbe rafforzare la tesi di coloro che sostengono facile la scelta di Pierluigi Collina nel dimettersi dall’Associazione Italiana Arbitri, e di conseguenza decretare il triplice fischio sulla propria carriera; in ballottaggio l’odore dei soldi – tanti soldi – che Opel gli garantirà per averlo come testimonial, e l’odore dei campi da calcare ogni domenica come da 28 lunghi anni.
Ma se non si è vissuta la sensazione di correre su questi campi col fischietto in bocca non si può capire come sia stata una scelta tragica per Collina. In primis perché probabilmente la Opel non vorrà sponsorizzare un ex arbitro. Ma soprattutto perché perlomeno negli ultimi 10-15 anni dire Arbitro in Italia significava parlare di Collina. Un uomo capace di distinguersi sempre in positivo, che ha fatto del regolamento uno strumento da interpretare con buon senso, che ha avuto il coraggio di andare a cogliere rigori netti la dove nessun altro avrebbe mai avuto il coraggio di fischiare. Un uomo che ha rotto lo stereotipo secondo il quale il miglior arbitro è colui che non appare. Un protagonista amato da tutti, capace sempre di distinguersi. E anche la scelta dell’abbandono è di tutto rispetto. Non ha minacciato, paventando ai quattro venti, le proprie dimissioni. Non ha strumentalizzato la campagna a suo favore dei media. Si è ritirato nel suo silenzio ed ha scelto, sicuramente con grande dolore, di abbandonare il suo mondo. Una scelta si diceva di tutto rispetto. Quel rispetto che la federazione non ha avuto per il suo uomo simbolo forse ancor più dei vari Totti e Vieri. Un pezzo del calcio italiano sempre presente negli ultimi avvenimenti che contano, basti pensare alla finale mondiale. Un uomo che ha dimostrato con spirito di sacrificio che le sirene delle grandi non lo hanno mai incantato,così come non lo avrebbe certamente condizionato il fatto di avere come proprio sponsor lo stesso marchio presente sulle maglie del Milan. Proprio lui che grazie alla sponsorizzazione di una banca straniera portata alla Associazione ha fatto si che i suoi colleghi minori, quelli sopraccitati, potessero essere pagati con regolarità.
“Alla fine abbiamo perso tutti” sono le parole di commiato di Collina.
No Pierluigi. Ha perso il calcio. Ha perso il suo uomo migliore.
Claudio Tirinnanzi

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