Il Trattato del Quirinale tra Francia e Italia deve essere inteso soprattutto come un ritorno della politica al centro della scena europea e in particolare mediterranea, dopo le vicende dell’ultimo decennio circa concernenti la crisi economica-finanziaria in generale dei PIIGS e in particolare nell’area geopolitica in questione di Portogallo Italia Grecia e Spagna, la deposizione del leader libico Mu’ammar Gheddafi e i ruoli svolti sul territorio sia dal leader ottomano Erdogan che dal leader russo Putin, l’incremento dei flussi immigratori.
Il Trattato è innanzitutto un accordo di cooperazione tra due paesi che, in ragione del comune confine territoriale, dovremmo definire piuttosto “alpini”. E invece nel Trattato il solo aggettivo alpino e transalpino ricorre, in entrambi i casi, una volta soltanto. A differenza del sostantivo “Mediterraneo”, che ricorre per ben sei volte, in ordine a un profilo d’interesse geopolitico che nell’intero testo appare assai rilevante.
Per completezza, occorre anche dire che questa analisi geopolitica del testo vede il sostantivo “Europa” usato 13 volte e l’aggettivo “europeo/a” usato addirittura 99 volte; a differenza dell’espressione “Alleanza Atlantica” che compare nel testo una volta soltanto.
Il Trattato rappresenta quindi senz’altro una forma di accordo di cooperazione tra due paesi nell’ambito di una più generale visione e interesse politico legati, imprescindibilmente, agli assetti dell’Unione Europea. Ma, ciò detto, a noi sembra che focus principale del Trattato sia piuttosto l’area geopolitica del Mediterraneo, che non molto tempo fa definivamo “Mare nostrum” e che nel Trattato è invece oggi indicato e <riconosciuto> come “ambiente comune” (art. 1, comma 3).
A riprova di ciò, occorre rilevare come, anche nella parte iniziale della premessa, il primo punto che motiva l’accordo recita: “tenendo in considerazione la portata e la profondità dell’amicizia che le unisce, ancorata nella storia e nella geografia; riaffermando in questo spirito il loro legame comune con il Mediterraneo quale crocevia di civiltà e punto di congiunzione tra i popoli d’Oriente e d’Occidente, dell’Europa e dell’Africa”. E quindi un accordo di cooperazione basato principalmente su un “legame comune” d’interesse geopolitico che guarda con preoccupazione a ciò che sta accadendo e potrebbe accadere in futuro in un’area più vasta di collegamento tra Oriente e Occidente ma soprattutto tra Europa e Africa.
Sempre in premessa, il Trattato contiene anche un’ulteriore formulazione di principio che attiene alla “convinzione che la stabilità e la prosperità a lungo termine del Mediterraneo restino una priorità fondamentale per entrambi i Paesi”, che dichiarano di essere “determinati ad agire insieme per la sicurezza, per la promozione dei beni comuni tra le due rive di questo mare e per ripristinare il suo buono stato ecologico”.
L’interesse ecologico nel Mediterraneo costituisce materia dell’articolo 6, comma 7, laddove è però meglio precisato che “Le Parti (…) si adoperano per rafforzare la sua protezione, in particolare sostenendo il progetto che mira a designare una zona marittima particolarmente vulnerabile nel Mediterraneo nord-occidentale. Esse favoriscono lo sviluppo dell’economia blu sostenibile nel Mediterraneo”.
Un giudizio complessivo sul Trattato non può che essere positivo, ma l’impressione è che esso si sia reso quanto meno opportuno al fine di tentare di sollevare il nostro paese da un’attuale posizione geopolitica precaria nel Mediterraneo e d’inferiorità nel contesto dei rapporti sia europei che transalpini.
Angelo Giubileo

Lascia un commento