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Il “terremoto” Peter in Ungheria

In Ungheria si è consumato un terremoto politico. Le elezioni parlamentari del 12 aprile 2026 hanno segnato la fine dell’era di Viktor Orbán, dopo 16 anni di governo ininterrotto e di “democrazia illiberale”. Il vincitore è Péter Magyar, leader del partito Tisza (Rispetto e Libertà). Magyar, un ex insider del regime di Orbán fino al 2024, è riuscito a coalizzare il malcontento popolare, portando l’affluenza a un dato record del 77%. Meloni e Matteo Salvini hanno sostenuto attivamente Orbán, comparendo persino in uno spot elettorale internazionale a suo favore. In questo video, i leader della destra italiana hanno celebrato l’Ungheria come un modello di difesa della sovranità nazionale e delle radici cristiane contro il “centralismo di Bruxelles”.

di Enrico Rossi | 13 Aprile 2026

In Ungheria si è consumato un terremoto politico. Le elezioni parlamentari del 12 aprile 2026 hanno segnato la fine dell’era di Viktor Orbán, dopo 16 anni di governo ininterrotto e di “democrazia illiberale”.

Il vincitore è Péter Magyar, leader del partito Tisza (Rispetto e Libertà). Magyar, un ex insider del regime di Orbán fino al 2024, è riuscito a coalizzare il malcontento popolare, portando l’affluenza a un dato record del 77%.

Meloni e Matteo Salvini hanno sostenuto attivamente Orbán, comparendo persino in uno spot elettorale internazionale a suo favore. In questo video, i leader della destra italiana hanno celebrato l’Ungheria come un modello di difesa della sovranità nazionale e delle radici cristiane contro il “centralismo di Bruxelles”.

La realtà è che Orbán ha lasciato un Paese isolato in Europa a causa dello smantellamento dello Stato di diritto, del controllo ferreo sui media e del blocco dei fondi UE (circa 20 miliardi di euro) per corruzione e violazioni dei diritti; compresi i diritti sociali con leggi che consentono abusi e sfruttamento inumano dei lavoratori.

Péter Magyar cosa ha promesso per vincere?

Magyar non è un leader di sinistra, ma un conservatore europeista. Non c’è da aspettarsi cambiamenti sociali ma si può sperare in un ritorno allo stato di diritto, dopo il regime illiberale di Orban.

I punti cardine del suo programma sono:

– la lotta alla corruzione con lo smantellamento del sistema di potere oligarchico creato da Fidesz;

– lo sblocco dei fondi UE ripristinando immediatamente l’indipendenza della magistratura per ottenere i miliardi di euro congelati da Bruxelles, necessari per far ripartire l’economia;

– la fine della propaganda di Stato con la trasformazione della TV pubblica da strumento di regime a servizio informativo indipendente;

– il ritorno all’Europa con l’allontanamento dell’Ungheria dall’orbita russa per riportarla pienamente nel cuore dell’integrazione europea.

L’Ungheria ha scelto di voltare pagina, preferendo un’alternativa che promette legalità ed europeismo al posto del sovranismo identitario di Orbán.

È innegabile che il risultato ungherese non sia solo un fatto locale, ma un sasso lanciato in uno stagno le cui onde arriveranno dritte a Bruxelles e anche in Italia.

La caduta di quello che era considerato il “bastione inespugnabile” del sovranismo sposta inevitabilmente gli equilibri continentali.

Per anni, l’Ungheria di Orbán è stata il laboratorio politico per chi voleva un’Europa fatta di nazioni chiuse, scettiche verso l’integrazione e critiche sui diritti civili, oltre che arretrate sul piano dei diritti sociali.

Con la sua sconfitta, questo modello perde il suo capofila più carismatico e radicale.

In sede di Consiglio Europeo, l’asse dei veti si indebolisce drasticamente e sparisce l’”alibi” Orban usato spesso per non fare le cose.

Per anni abbiamo assistito a una narrazione che dipingeva il sovranismo populista come una forza inarrestabile, un “destino” della storia.

Non si può generalizzare ma è legittimo forse trarre buoni auspici per l’Italia e non solo. Un ciclo politico mondiale sembra iniziare a mostrare le crepe. Il vento sta cambiando?

È presto per dirlo ma già il fatto di poterci fare questa domanda è una soddisfazione che ci dà fiducia.

Soprattutto se Vance, il vicepresidente americano, dopo essere stato in Ungheria, vorrà tornare spesso anche in Italia a dare una mano all’alleata Meloni che versa in evidente difficoltà.

Enrico Rossi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Enrico Rossi

Enrico Rossi è un politico italiano, presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020. È membro del Comitato europeo delle regioni (CoR) dal 26 gennaio 2015; dall’ottobre 2019 è vicepresidente del gruppo socialista al CoR. Sindaco di Pontedera dal 1990 al 2000, assessore regionale alla Sanità dal 2000 al 2010. Nel 1999 viene chiamato a Roma da Walter Veltroni per assumere l’incarico di vice responsabile nazionale dell’area economica dei Democratici di Sinistra.

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