
Le recenti assise e i vertici globali della Internazionale Socialista, sotto l’impulso strategico impresso da leader come Pedro Sánchez, hanno tracciato una linea di faglia ideale rispetto al passato. Non si tratta più solo di difendere i diritti tradizionali nei contesti di crisi multilaterale, ma di governare la transizione che sta ridefinendo l’essenza stessa della democrazia: l’avvento dell’Intelligenza Artificiale e l’economia dei dati. È qui che nasce il concetto strutturante di socialismo tecnologico. Il dibattito si sposta dai vecchi mezzi di produzione materiali alla proprietà e alla gestione dei flussi algoritmici. Storicamente, il movimento operaio si è battuto per la redistribuzione del capitale fisico; oggi, il socialismo del XXI secolo deve lottare contro il “feudalesimo digitale” dei colossi della Silicon Valley e dei monopoli tecnologici transnazionali. Il socialismo tecnologico mette al centro la democratizzazione dell’infrastruttura di rete e la sovranità collettiva sui dati. Non si esaurisce in una semplice regolamentazione dei mercati, ma propone che la potenza di calcolo e l’automazione vengano rimesse al servizio della pianificazione dei servizi pubblici, dell’abbattimento dell’orario di lavoro e della redistribuzione della ricchezza immateriale. Se l’innovazione resta in mano a pochi e opachi consigli d’amministrazione privati, l’algoritmo diventa uno strumento di sottomissione e precarizzazione globale. Al contrario, l’Internazionale intende promuovere una governance aperta, algoritmica e trasparente, dove l’automazione non generi disoccupazione di massa, ma un’inedita liberazione dal lavoro alienato, garantendo un dividendo digitale universale per ogni cittadino del mondo.
Raffaele Amendola

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