
Leggo su queste auguste e laiche pagine, dall’affilata penna del redattore Donvito, la seguente vetta del pensiero:
“Quindi, quando leggiamo, vediamo e ascoltiamo di questa o quella missione per la pace nei posti più martoriati del mondo, è bene ricordarci che si tratta di uno Stato teocratico assoluto, dove non vige democrazia e dove, dopo millenni di storia e a quasi un secolo dal suffragio universale nella maggior parte del mondo, 54 delle sue donne hanno avuto il diritto di voto. Ci immaginiamo quale afflato di fiducia avremmo in trattative per la pace portate avanti, per esempio, dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un, Paese in cui, tra l’altro, tutte le donne votano.”
Alcune precisazioni sono d’obbligo, perché tra laicità e sfida al senso del ridicolo rimangano opportune e ampie distanze:
- Il Sinodo non è una elezione
- Lo Stato del Vaticano è una monarchia elettiva
- Il Sinodo non ha alcun potere
- A decidere è sempre il Papa
- Immagino che per Donvito la Corea del Nord sia meglio del Vaticano, ma sono piuttosto certo che per ben pochi Coreani del Nord questa affermazione abbia un qualche senso
- Stranamente il Papa non ha alcun bisogno dei campi di concentramento, mentre Kim Il Sung ne fa ampio uso
- Non è che ogni voto sia democratico in se stesso
- Non si capisce cosa c’entri lo status democratico di un paese con la sua bravura diplomatica, la diplomazia non è, al contrario dell’ateismo di stato, una nozione novecentesca
- Non essendo io per spirito un Donvitista non citerò nuovamente i campi di concentramento, mirabile frutto di svariate nazioni con il suffragio universale
- Siamo davvero fermi a questo punto del dibattito?
Sperando di essere stato utile a tutti i Donvito del mondo, porgo i miei più cordiali omaggi.
Luca Rampazzo

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