Principio dell’ordine costituzionale è che ogni costituzione sia l’atto giuridico fondamentale che disciplina la vita, non di parte ma, di un’intera comunità.
Un principio è un assioma o postulato. I due termini, nell’uso comune equivalenti, hanno tuttavia una radice etimologica diversa. Si tratta in entrambi i casi di principi evidenti; ma assiomatico è un principio, che è stato già pesato, e pertanto è evidente; postulato è invece un principio che si chiede di ammettere, e pertanto è evidente.
Tanto premesso, sono decenni che si discute di riforma della Costituzione. Fatta salva, la riforma del 2001 del titolo V della seconda parte. Riforma, in senso federalista, che attribuì allora più ampi poteri legislativi, amministrativi, organizzativi, tributari e finanziari agli enti locali del territorio (Comuni, Città metropolitane, Province, Regioni), sottraendoli al potere centrale dello Stato.
Dopo quindici anni, la nuova legge di riforma costituzionale propone quindi a noi cittadini, in combinato disposto con l’Italicum, una sorta, come si può anche dire, di marcia indietro. L’assunzione di un nuovo ordine che rappresenti un postulato o un assioma. In sintesi, l’assioma è che il federalismo italico non va bene, per il semplice fatto – sperimentato e quindi pesato – che in ordine all’attuale sistema la gestione è entrata spesso in crisi e inoltre i costi sono notevolmente aumentati. Sic stantibus rebus, il postulato è che occorre accettare di cambiare questo sistema.
E tuttavia, nello specifico, resta un nodo gordiano che quindi andrebbe risolto. Perché è fuor di dubbio che una decisione eventualmente assunta da una maggioranza semplice, e a quanto pare piuttosto risicata, dei cittadini evidentemente contrasta con il principio di un ordinamento, riconosciuto e accettato, e quindi, fatto proprio da un’intera comunità. Salvo che, prendendo a prestito il pensiero di Carl Schmitt, non si sia in presenza di uno stato d’eccezione. Cosa che, indirettamente, ieri sembra abbia smentito anche il presidente USA, Barack Obama: nessun cataclisma se vince il No!
Angelo Giubileo

il NO favorisce il ritorno a una politica degna. Questa riforma è fatta male e ideata da incapaci arrivisti, il declino semmai sarebbe confermato da un si. Declino morale, politico, istituzionale.
a parte le disquisizioni etimologiche, risulta evidente come i fattori che influenzarono e determinarono la nostra attuale costituzione in quel lontano dopoguerra siano oggi profondamente mutati. Di questo mutamento veloce ma progressivo non ne hanno fatto tesoro le classi politiche dirigenti in tempi proporzionali ai mutamenti che avvenivano (come hanno fatto gli altri paesi) tranne nel drammatico caso del titolo V (la cui drammaticità è data non dall’aspetto tecnico ma da quello di scardinamento della filosofia strutturale della costituzione). E questi decenni di immobilismo hanno aumentato la distanza con la popolazione rendendo di fatto urgenti questi cambiamenti (con possibili conseguenti incertezze tecniche in cui si rifugiano gli esegeti di una costituzione che non risponde più alle mutate esigenze). Il voto non è quindi tecnico ma politico ed un eventuale NO favorisce il declino che, assommato al debito pubblico, può portare anche ad una catastrofe.