Nonostante le ultime vicende occorse nel PDL, nel centro-sinistra si discute ancora molto di organizzazioni politiche; al punto che, come apparso in questi giorni anche sulle colonne di questa rivista, rimane sostanzialmente questo il tema principale del dibattito all’ordine del giorno. Si parla di scomposizioni e ricomposizioni; e, in generale, la prima cosa subito da evidenziare è che lo si fa in particolar modo quando si sta all’opposizione del governo del paese. Al fine, si ritiene, che, concretizzata una nuova proposta politica, sostanzialmente creata una nuova organizzazione, si possa meglio catturare in parte il consenso che precedentemente è stato accordato complessivamente ai partiti dell’opposta coalizione o, nel caso dell’ultima elezione del 2008, come avvenuto in Italia, anche dei partiti non coalizzati come l’UDC.
Posto che il fine di una moderna organizzazione politico-partitica sia quella di presiedere il governo democratico di un paese, la prima questione realistica riguarda le “condizioni” della proposta politica, almeno necessarie e sufficienti al raggiungimento di tale scopo.
La questione non è affatto peregrina, anzi. Si sostiene da più parti e sempre più spesso che, se considerate con attenzione, pur distinguendo nell’ambito dei diversi paesi membri, in ambito Ue le proposte politiche delle due organizzazioni – che maggiormente si confrontano e che, solo per semplificare il ragionamento, definiremo di “destra” e “sinistra” – sono sempre più simili; per non dire poi delle decisioni che vengono prese dalle forze una volta al governo, tali da apparire senza grosse distinzioni almeno per ciò che concerne gli equilibri di spesa sul piano macroeconomico.
Eppure, secondo molti esperti, la distinzione tra “destra” e “sinistra” permarrebbe, almeno a livello di teoria e quindi di principi che pure andrebbero attuati. Su questa questione, ognuno è libero di farsi una propria idea; ma in generale la considerazione minima e più immediata della “sinistra” le attribuisce senz’altro un maggiore interesse e attenzione verso il tema dell’uguaglianza, di stato, condizioni, opportunità, etc.
Su questo piano è corretto allora evidenziare che non ricorre più il tempo (epoca) delle grandi narrazioni, valga per tutti l’evento della caduta del muro di Berlino e la conseguente opera di ricostruzione dell’unità nazionale intrapresa dal governo democratico dell’allora ex-Germania ovest; e pertanto, è giusto collocare ogni prospettiva nell’ambito di un nuovo progetto generale a cui s’intende partecipare e per il quale s’intende contribuire. Risoluzione questa, che ipoteca un orizzonte della proposta di tipo essenzialmente europeo. Eccezion fatta per la LEGA, dirà forse qualcuno! Ma, della qual cosa, vi dirò, non sono affatto convinto, ritenendo che sia solo a livello di propaganda e non certo di proposta politica effettiva.
E dunque, l’Europa; non resta che l’Europa! Sì che, se questo è il nuovo campo d’azione, la democrazia del dopo-guerra fredda, a quali “condizioni” dunque potrebbe maturare, a “sinistra”, una proposta politica utile e convincente per il paese?
La risoluzione di quest’altra questione è anch’essa essenziale. Posto che non sia possibile prescindere dagli equilibri di spesa necessari sul piano macroeconomico, occorre necessariamente proporre e attuare politiche “interne” compatibili con i vincoli europei. Ma, come di recente ha scritto Michele Salvati, “non c’è solo la macroeconomia e nelle altre politiche i grandi principi, meno costretti da vincoli esterni, possono esercitare una notevole influenza: bioetica, laicità, immigrazione, politica estera, legislazione del lavoro, istruzione, politiche di genere non sono temi meno significativi degli stanziamenti in tema di welfare o del rapporto tra spesa pubblica e Pil”.
E’ dunque su questi temi che occorre trovare una risposta, il più possibile univoca, che consenta ai partiti di “sinistra” di elaborare una proposta per il governo futuro del paese. Questo sarebbe senz’altro il primo passo da fare, ma credo purtroppo che, oggi, da solo, proprio non basterebbe! Se necessario, occorrerà anche trovare un accordo con altre forze politiche, probabilmente di “centro”. A quale prezzo, in virtù di quali concessioni a livello di proposta politica?
Al momento, è difficile prevedere; si vedrà nel prosieguo. Purtuttavia, una considerazione ci sentiamo già oggi di fare, e cioè che un’organizzazione vincente sarà tale solo se funzionale al raggiungimento dello scopo prefissato.
In un saggio del 1947, dal titolo “Lo Stato totalitario”, Vittorio Zincone, fresco reduce dall’esperienza totalitaria del governo fascista di Mussolini, scrisse: “E si deve probabilmente all’esistenza di due soli veramente grandi partiti contrapposti, entrambi dotati di buona organizzazione (oltre che a ragioni di particolare educazione politica e formazione mentale), se il comitato dirigente di uno qualsiasi dei partiti organizzati, dopo aver vinto le elezioni, non ha schiacciato definitivamente l’opposizione portando anche l’Inghilterra a forme politiche simili a quelle dei totalitarismi continentali”.
Se, almeno nella fase attuale che vive il nostro paese, siamo costretti ancora ad escludere le “ragioni di particolare educazione politica e formazione mentale”, vorremmo però che fosse viceversa possibile (!!!) o quanto meno auspicabile (!) che – messe da parte le questioni “ideologiche” (ideologismi), come ad esempio la vera natura identità e prospettive del socialismo, e “personali” (personalismi), relative a questioni di leadership, nazionale e locali, in competizione o conflitto tra loro – in vista dello scopo prefissato, all’interno delle singole organizzazioni ciascuno lavorasse alla costruzione di una “buona organizzazione”.
Angelo Giubileo www.leragioni.it

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