Finis coronat opus! Sovente, si dibatte su quanto la politica abbia a che fare con la verità. E’ una questione che, in Occidente, risale fino all’inizio della filosofia. Ma, in assenza di una verità possibile – il vero e proprio portato della “postmodernità” (nel senso di Eco, cfr. Postille a Il nome della rosa) -, a cosa in effetti servirebbe una verità, che tale non è e non può essere?
In effetti, non serve che al potere. E quindi: non è “la” verità che serve al potere, ma “una” verità, quale che sia, che serve al “potere”, rappresentazione algebrica delle N (=insieme dei numeri naturali) possibilità dell’essere (Parmenide, docet). In termini logici, il potere di “pensiero, parole, opere e omissioni” espressione del testo del Confesso (al Dio onnipotente) tramandato dalla CEI.
Perché, in effetti, il rapporto tra politica e verità, in Italia, deriva dalla liaison compromissoria e originaria tra la Chiesa di Roma e il governo della nazione. A Roma, chi gestisce il potere da sempre, sa d’intrattenere un rapporto equivoco con la verità; nel senso che: sapendo che, dalle origini del tempo proprio che gli appartiene, non può non essere che un “peccatore”, e quindi un “reo”; sa anche che, a discapito della sua “colpa originale”, non può che essere e quindi è anche “giusto” che sia una sorta, tutt’al più, di reo confesso.
Una cosa che generalmente viceversa non basta nei paesi civili di diversa “cultura”, laddove la colpa originaria di falso (e quindi la falsità) è causa diretta e immediata di destituzione del politico dalla funzione che gli è stata a-(f)fidata. Dall’elettore, mediante l’instaurazione di un rapporto di fiducia: In principio, fiducia piena e non condizionata, ma poi la stessa subordinata alla prova contraria (o del contrario). Una cosa questa che, in Italia, generalmente non accade, perché anche la fiducia, come la fede, sconta il “peccato originale” della condizione umana (in argomento, connessa alla genesi del nazifascismo, suggerisco di approfondire le considerazioni analitiche svolte da Hannah Arendt, in particolare nel saggio Vita activa).
In una vignetta di Giannelli, pubblicata sulla prima pagina del Corriere della Sera, sono raffigurati di spalle due chierici e l’uno, con le braccia aperte rivolte verso l’alto, dice: Stiamo toccando il fondo! La fiducia vince sulla fede. Il tema, in questione, concerne la nuova legge sulle unioni civili, e in particolare la decisione del governo di porre la fiducia – alla Camera (!), dove i numeri per il governo non hanno potuto mai destare alcuna preoccupazione – sul testo del disegno di legge approvato in commissione Affari costituzionali e già votato al Senato.
Che sia questo, dopo un secolo e mezzo di storia patria (155 anni dal 1861!), il vero punto di svolta dello Stato e della Re(s)pubblica? Perfino oggi, non resta che ancora sperarlo.

Lascia un commento