Quando il potere economico è centralizzato in quanto strumento di potere politico crea un livello di dipendenza difficilmente distinguibile dalla schiavitù (Friedrich von Hayek)
In un recentissimo saggio, La via di fuga, dedicato alla storia del prozio Renzo Fubini, l’editorialista ed esperto di economia Federico Fubini ad un tratto scrive: “(…) Il corporativismo elevato a istituzione da Mussolini per rispondere alla crisi del suo tempo – poi trasformato nei colori ideologici dopo la sua fine – comportava la coercizione dell’economia in cambio della burocratizzazione del lavoro. Contava averlo, non farlo. Quanto di ciò fosse rimasto nelle vene degli italiani di oggi restava da misurare: erano le istituzioni economiche di un altro secolo, di un regime e di un sistema monetario ormai lontani, che un’intera nazione aveva la pretesa esorbitante di imbalsamare e mantenere in vita ottant’anni più tardi”.
Qualche giorno fa, il premier Renzi ha detto che, almeno per gli anni a venire, in Italia il posto fisso, in pratica, non esiste o meglio non esisterà più. Chiarendo, a tale proposito, che l’auspicata riforma del lavoro non può più ispirarsi al principio di tutelare e garantire il “posto” di lavoro bensì deve assumersi l’obbligo di tutelare e garantire il lavoro e quindi l’esercizio del lavoro nelle diverse forme e modalità soprattutto precarie. In pratica, tutelare e garantire il lavoro e soprattutto il “nuovo” lavoro quale portato dello sviluppo conseguente all’impiego delle nuove tecnologie produttive.
Il brano, estrapolato, di Fubini meriterebbe un approfondimento lungo un secolo, e tuttavia ad una qualsiasi analisi in proposito appare immediatamente evidente il fatto che, durante quasi un intero secolo, attraverso una sempre maggiore e capillare organizzazione della macchina statale, in fine attraverso la legge dei sindaci e un falso federalismo, la politica italiana abbia sempre più invaso il terreno d’iniziativa dell’economia. In assenza di controlli dovuti e necessari, demandati già da qualche tempo all’azione dell’Unione Europea, e per i quali non basta più rammentare il più riconosciuto caposaldo di ogni modello di democrazia: Pone seram, cohibe, sed quis custodiet ipsos custodes? Spranga la porta, impedisci di uscire, ma chi sorveglierà i sorveglianti?
La politica del paese ha drenato risorse all’economia del paese.
Una crisi, strutturale, che è crisi della decisione: prima politica, poi economica e in fine istituzionale del paese, che si manifesta come crisi di rappresentanza, difficoltà di provvedere alle nomine, continuo ricorso al voto di fiducia in parlamento. Non è una crisi congiunturale, la nostra. E’ una crisi strutturale, di un sistema obsoleto, che non è più in grado di stare al passo dei tempi cambiati, della globalizzazione, che complessivamente rappresenta senz’altro un bene. In una parola, viviamo in un sistema, questo del nostro paese, che non è più competitivo.
L’Europa lo sa, ce lo ripete di continuo, da più di tre anni ormai ad alta voce. E invece noi, sembra proprio che non ce ne vogliamo fare una ragione, almeno una ragione che sia piuttosto ancora quella di chiederci perché non abbiamo tenuto fede agli impegni presi con il patto, con i trattati e con quant’altro è servito a costruire il progetto dell’Unione, che era ed è oggi.
Circa un mese, un mese e mezzo fa, si è detto dell’opportunità, quanto meno, che la politica, non solo Renzi, partecipasse ai cittadini un’operazione di verità. Un tentativo, che vent’anni fa spinse anche Bettino Craxi. Perché, anche ora come allora, risultasse meno difficile affrontare la situazione economica che allora avrebbe, e da oggi chissà per quant’altro tempo ancora, attraversato il nostro paese. Allora, il paese fu ancora incaricato di risolverla. Ora, date le crescenti e sempre nuove ritrosie dei partners internazionali, non sappiamo.
Un’ultima cosa. Non prendendo nemmeno atto della fine dei colori ideologici del Novecento, è evidente che, a noi e a noi soltanto, resta preclusa la possibilità di salvare questo paese dal default. Toccherà, com’è di pari evidenza, ad altri.

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