Diciamoci la verità: il risveglio arabo chiama in causa anche la guerra afgana. Perché? Per una ragione molto semplice: ora che la rivolta popolare nel mondo arabo sembra demolire le tirannie del deserto, la guerra in Afghanistan, da un punto di vista occidentale, è diventata strategicamente meno importante di quanto lo fosse solo tre mesi fa. Per il nostro paese e i suoi alleati, la priorità della politica estera del 2011 (e per molti anni a venire) sarà la promozione della libertà, dello stato di diritto e la diffusione della prosperità nei paesi (che sembrano ridestarsi) del nord Africa e del Medio Oriente. Questo stato di cose offre all’Occidente l’opportunità (che non dovremmo lasciarci sfuggire) di aiutare le società arabe, di favorire la libertà politica e le opportunità economiche, di difendere i diritti umani e la dignità delle persone comuni.
C’è il rischio, invece, che a causa della guerra in Afghanistan, i paesi occidentali si facciano scappare un’occasione straordinaria. Per due ragioni. In primo luogo, per ragioni finanziarie. Insomma, mancano i soldi. Il debito e il deficit di bilancio imporranno agli Usa un’agenda internazionale più modesta (l’Iraq ha bruciato miliardi di dollari e in Afghanistan la spesa statunitense viaggia già oltre il miliardo), al punto che Michel Mandelbaum descrive apertamente gli Stati Uniti come una «Frugal Superpower». Manco a dirlo, l’Europa e l’Italia non sono messe meglio. In secondo luogo, perché gli obiettivi occidentali sono gradualmente cambiati. Lo scopo del primo attacco americano sugli obiettivi afgani nel 2001 era chiaro: colpire al – Qaeda e i suoi sostenitori talebani in modo escludere la possibilità di un secondo 9/11 progettato e realizzato dall’Afghanistan. In questi anni però, i governi Nato hanno dato l’impressione di preoccuparsi non tanto del loro compito principale (difendere i paesi Nato e i loro cittadini), quanto di come trasformare l’Afghanistan in un paese stabile, ben governato e moderno. Un «ideale donchisciottesco», secondo il Financial Times. Non per caso, nella relazione redatta mercoledì scorso dalla commissione esteri della Camera dei Comuni (che ha sottoposto la campagna guidata dalla Nato in Afghanistan a critiche pungenti e motivate) si rimarca che «malgrado dieci anni di assistenza internazionale destinata a sostenere lo stato afgano, la comunità internazionale non è riuscita ad estendere sostanzialmente la portata l’autorità del governo centrale afgano né, più in generale, a migliorarne la governance».
In questi mesi, i contatti riservati degli Usa con rappresentanti dei talebani non sono che un segno del fatto che Washington spera di porre fine alla guerra. Questo sforzo dovrebbe essere intensificato e il punto centrale – il ritiro militare per fasi entro i prossimi quattro anni – deve essere mantenuto fermamente. Altre sono le priorità della nostra politica estera. Ed è tempo di riconoscere che, come ha scritto FT, in Afghanistan non è in corso una lotta per la sopravvivenza della civiltà occidentale.
Alessandro Maran (qdrmagazine.it)
Alessandro Maran Vice capogruppo del Pd alla Camera dei Deputati e membro della commissione Esteri, è parlamentare dal 2001. Già segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia, ha più di recente scritto Keep (center) left. Di cosa parliamo quando parliamo del centrosinistra.

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