Luigi Settembrini (Napoli, 17 aprile 1813 – 3 novembre 1876) non è tra i personaggi del Risorgimento italiano che più colpiscono l’immaginario collettivo: non fu uno statista alla Cavour, né uomo d’azione alla Garibaldi o alla Pisacane.
Eppure rileggendo oggi i suoi scritti ci accorgiamo che Settembrini ha ancora molto da dirci, sia come metodo sia come contenuti.
Il metodo.
Studioso di classici e professore di eloquenza, Settembrini interpretò la sua missione di opposizione a Ferdinando II, re delle Due Sicilie, in senso culturale allo scopo di educare coloro che avrebbero dovuto riformare le istituzioni: si trattava di predisporre il campo a una crescita morale e civile che potesse garantire solide basi al cambiamento che auspicava. Non a caso Mario Themelly ha definito l’azione di Settembrini una «pedagogia civile».
La sua critica si rivolgeva principalmente a coloro che gestivano il regno borbonico, e li definiva «stupidi e ladri». La sua denuncia non si spingeva a chiedere cambiamenti radicali, quanto l’applicazione delle leggi esistenti. Per Settembrini i codici civile e penale del regno delle Due Sicilie erano tra i migliori d’Europa, ma venivano sistematicamente disattesi.
Nei suoi scritti emerge la sofferenza nel vedere in quale stato si fosse ridotta la sua patria (si sentiva profondamente meridionale, non solo italiano) per la disonestà, la corruzione morale e la pochezza culturale di coloro che detenevano il potere.
I contenuti
Il cambiamento che auspicava Settembrini era nel segno di un regime costituzionale, una volta che l’Italia unita fosse stata liberata dai despoti e dagli stranieri. Questo era il programma della «Grande Società dell’Unità Italiana», l’organizzazione segreta che Settembrini fondò a Napoli nel 1848 insieme a Silvio Spaventa e Filippo Agresti.
Nella primavera del 1848, anno di grande fermento politico in varie parti d’Europa, a Napoli fu posto in essere un coraggioso tentativo di monarchia costituzionale e parlamentare. Coraggioso poiché il contesto politico e sociale del regno borbonico non favoriva una rivoluzione borghese il cui obiettivo era un sistema di stampo britannico. Ferdinando II represse ben presto l’esperimento e Settembrini fu arrestato, condannato a morte e, a seguito della commutazione della pena capitale in ergastolo, incarcerato sull’isola di Santo Stefano nell’estate del 1849.
Il modello
Per Settembrini, il monarca ideale era coadiuvato da un gruppo di «consiglieri intelligenti da ministri forti e giusti» in sostituzione dei cortigiani corrotti.
L’élite culturale di cui Settembrini si sentiva sicuramente parte assurgeva a consigliere del principe: una sorta di tecnici delle riforme istituzionali che fossero portatori anche delle istanze di giustizia del popolo, ma che indirizzassero comunque il sovrano verso riforme emanate ancora motu proprio. Ma l’originalità del modello di Settembrini stava nella convinzione che l’Italia unita dovesse essere monarchica, poiché solo l’autorevolezza di un re avrebbe potuto contrastare il potere del papa: una visione laica dello Stato, quindi, che non è espressa da un mangiapreti, ma da un cattolico credente quale era Settembrini. Infatti, numerose sono le invocazione a Dio nelle lettere dal carcere di Santo Stefano, costantemente si raccoglieva in preghiera (più per la sua famiglia che per sé), ma già alla metà dell’Ottocento egli aveva chiaro il concetto della divisione tra sfera pubblica e sfera privata della religione.
Tramontata la possibilità di un’evoluzione costituzionale interna al regno borbonico con il fallimento delle riforme del 1848-1849, le speranze di Settembrini furono riposte tutte nel Piemonte di Carlo Alberto che nonostante l’involuzione autoritaria post-quarantottina aveva mantenuto in vigore lo statuto che portava il suo nome.
Tuttavia, Settembrini amava le tradizione della sua terra: l’unificazione nazionale ‘piemontese’ era vista come possibilità per il popolo meridionale di affrancarsi dal dispotismo borbonico con l’applicazione dello Statuto albertino, ma non come assimilazione culturale. Non poneva in contrapposizione il sud con il nord, perché interpretava le due realtà come complementari l’una all’altra.
Settembrini chiese al Piemonte di rispettare la tradizione meridionale nell’esportare il proprio sistema politico. Ciò non fu possibile, forse per mancanza di volontà da parte dei piemontesi ma soprattutto perché nell’ex-regno borbonico mancava il senso dello Stato, poiché lo Stato era stato identificato col padrone latifondista e la nobiltà asservita ai Borbone.
Settembrini rimase deluso dalla politica piemontese che pose paletti all’essenza meridionale per asservirla alla ragion di Stato, che era però la ragione dello Stato unitario che aveva messo in moto l’intera macchina del Risorgimento.
La sua critica alla politica di accentramento del nuovo regno d’Italia non gli impedì di prestare la sua opera come ispettore generale all’Istruzione. Conseguì anche la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Napoli tornando così a dedicarsi agli studi letterali. Il 6 novembre 1873 fu nominato senatore del Regno per iniziativa del compagno di prigionia Silvio Spaventa (in quegli anni ministro dei Lavori Pubblici nel governo Minghetti) e la relazione fu presentata da Terenzio Mamiani, indicato nei documenti del processo alla «Grande Società dell’Unità italiana» come capo della sètta fondata da Settembrini.
Simonetta Michelotti
Simonetta Michelotti, Dottore di Ricerca all’Università di Siena, è autrice di numerose pubblicazioni, tra le quali ricordiamo: “L’ombrello di Depretis, la politica estera dell’Italia al congresso di Berlino, 1875-1878 – Nuova Immagine Editrice, Siena, 2002”; “Stato e Chiesa. Ernesto Rossi contro il clericalismo. Una battaglia per la democrazia – Editrice Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006”; “Luigi Settembrini, l’ergastolo di Santo Stefano – A cura di Riccardo Navone, con introduzione di S.M., Editrice L’ultima spiaggia, Ventotene, 2010”.

Lascia un commento