E’ meglio pensare a tutele più decenti contro la disoccupazione e il precariato che a battaglie di retroguardia per l’art.18 con annesse invettive contro il “governo dei banchieri”.

Che si tratti di una cattiva azione è del tutto evidente. Il Presidente della Regione Puglia è certo un paroliere all’occorrenza accattivante, ma magari senza volerlo, non fa più parte della sinistra parolaia bensì di quella di governo e, in questa logica è considerato partner affidabile e prioritario nella politica di alleanze portata avanti, in prima persona, da Bersani. Un’intesa i cui contorni programmatici, sempre nelle intenzioni di Bersani, dovrebbero incentrarsi sulle questioni dell’economia e del lavoro (rispettando così l’agenda Monti, ma con dei contenuti sensibilmente diversi).
A questo punto cosa fa il Nostro ? Aiuta il progetto socialdemocratico di Bersani così da poter partecipare alla sua concreta realizzazione, già nella prima metà del 2013? Al contrario, lo mette in gravissime difficoltà, fornendo argomenti a iosa a quanti puntano, nel Pd, sull’asse con il centro. E tutto questo per arroccarsi con un autentico magliaro della politica e con i rispettabili cultori dell’opposizione e, magari, dell’alternativa di sistema cara a Bertinotti. E per promuovere una vertenza, quella sull’art. 18, che è non solo puramente simbolica, ma anche minoritaria, divisiva e del tutto irrilevante per gli interessi reali del mondo del lavoro. Perché tutto questo?
Evidente il calcoletto elettorale, il primo che viene in mente in un paese di furbastri come è il nostro. Così si prende atto che il governo Monti o, più esattamente, le sue politiche suscitano un generale malcontento, e, passaggio successivo, si ritiene che questo malcontento penalizzerà, in particolare a sinistra, le forze che l’anno sostenuto, in conclusione si prende le distanze agitando la bandierina dell’art. 18, in modo da incassare almeno una parte del voto di protesta. Dopo le elezioni, si vedrà. Strategie vecchie che più vecchie non si può, anche perché messe in atto con una buona dose di malafede.
Ma ciò che interessa sottolineare qui che la loro premessa di fondo potrebbe rivelarsi clamorosamente errata. Perché, guarda caso, nelle consultazioni elettorali del 2012 – ieri in Italia, Germania e Francia e oggi ancor più in Olanda – la tanto disprezzata socialdemocrazia, lungi dall’essere penalizzata dalla protesta operaia e popolare, vede dappertutto rafforzate le sue posizioni, e a danno delle componenti della sinistra radicale (o, più esattamente, parolaia).
Sono quasi cent’anni che i nostri avversari annunciano la nostra morte. Dovevamo finire nella “pattumiera della storia” (Trotzky dixit) perché eravamo di ostacolo alla “rivoluzione che avanza”, e, in epoche molto più recenti, siamo stati destinati alla rottamazione in nome del “nuovo che avanza”. E, invece, queste altrui attese sono risultate regolarmente deluse. E siamo più vivi che mai.
Nessun trionfalismo, per carità. Perché i recenti verdetti elettorali non rappresentano, ancora, una vittoria né per lo schieramento di sinistra nel suo insieme, e tanto meno l’affermazione chiara del progetto riformista e internazionalista su quello radical-populista. Perché ciò avvenga, ci vorrebbe il progetto, e cioè una sinistra di governo con un proprio disegno per l’Europa, e questo non è ancota all’orizzonte.
Limitiamoci allora a constatare un fatto. Che in una situazione di crisi e di incertezza, lo stesso popolo di sinistra tende, anche psicologicamente, a puntare sul possibile, sul concreto, su ciò che è ottenibile e verificabile nella realtà, insomma, a premiare il “consolidato sicuro” rispetto alle prospettive, del tutto inconsistenti, offerte dalla sinistra parolaia. Il che significa, nel caso italiano, attribuire una importanza molto maggiore alla realizzazione di tutele più decenti contro la disoccupazione e il precariato che a battaglie di retroguardia per l’art.18 con annesse invettive contro il “governo dei banchieri”.
Ora, tutte queste cose Vendola (e magari anche Di Pietro) le capisce benissimo. Nella sua scelta suicida c’è allora dell’altro. Parliamo del segno autodistruttivo che percorre tutta la storia della seconda repubblica. Si può cambiare parere per timore dei sondaggi, o dichiarare che Ruby è la nipote di Mubarak per timore di perdere il posto, ma si può anche scappare di fronte alle proprie responsabilità perché non si sopporta l’idea di essere contestati in una manifestazione o deunciati come “venduti” in qualche sito. Si può, insomma, inseguire tutto e tutti, ma con il risultato finale di rimanere soli.

Purtroppo si sta coagulando un soggetto politico composta tra una serie di formazioni populiste di sinistra che pensano di indebolire i riformisti. Vedremo.