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Il radicalismo americano ha spiazzato GOP e Dem

Si è riprodotto un clima di fanatizzazione di massa quale non eravamo più abituati a vedere dopo la caduta delle dittature populiste, sia di stampo fascista che comunista.

di Valentino Baldacci | 13 Gennaio 2021

Qualche giorno prima dell’invasione del Congresso da parte dei sostenitori di Donald Trump avevo buttato giù la scaletta per un articolo sulle spinte radicali presenti negli Stati Uniti, sia quelle di destra che quelle di sinistra. Non posso certo dire che quello che è avvenuto lo scorso 6 gennaio non abbia modificato quello che avevo intenzione di scrivere, anche se certe tendenze di fondo erano già evidenti da tempo. Ma quello che è avvenuto ha superato di gran lunga non dico le mie capacità di previsione ma quelle di qualsiasi altro analista.

Non ho intenzione di ripetere quello che è stato detto e scritto con efficacia da moltissimi commentatori; è inutile andare alla ricerca di sostantivi e di aggettivi sempre più forti, Per quanto gli Stati Uniti siano stati nel corso degli ultimi decenni il teatro di eventi sconvolgenti, dagli assassini di John e Robert Kennedy all’11 settembre, nessuno poteva pensare che proprio nel cuore della democrazia moderna si sarebbe assistito a un tentativo di sovversione fomentato dallo stesso Presidente in carica. Per quanto i più accaniti avversari di Trump adesso sostengano che loro avevano sempre sottolineato la pericolosità del Presidente, tuttavia nessuno poteva immaginare una simile conclusione di mandato, anche perché non si può dimenticare che la presidenza Trump ha avuto una vera e propria svolta a partire dall’elezione presidenziale del 3 novembre.

Fino all’indomani di quella elezione la presidenza Trump era stata oggetto di molte critiche ma non più di quelle che altri presidenti hanno conosciuto, sia repubblicani come Reagan o Bush jr che democratici come Carter o Obama. Da parte di molti erano stati presi di mira il suo linguaggio e i suoi comportamenti esteriori, ma per quanto riguarda i contenuti della sua politica aveva ricevuto elogi o critiche a seconda degli schieramenti di appartenenza, anzi la sua politica mediorientale era stata in generale oggetto di apprezzamenti bipartisan.

Tutto è cambiato all’indomani dell’elezione quando, di fronte alla sconfitta che si andava delineando, Trump ha iniziato una campagna di delegittimazione dell’elezione stessa, sostenendo, senza produrre alcuna prova convincente, che i risultati erano stati truccati, che a lui e ai suoi sostenitori la vittoria era stata rubata. Per circa due mesi Trump è andato ripetendo ossessivamente questa sola affermazione, con una ostinazione di tipo goebbelsiano, convinto evidentemente che, vera o falsa, questa tesi, ripetuta all’infinito, sarebbe diventata vera agli occhi dei suoi sostenitori.

Sta qui il vero nodo delle vicende che si sono prodotte il 6 gennaio: si è visto in diretta che esisteva un nucleo consistente di sostenitori di Trump, probabilmente ancor più esteso di quello che ha dato l’assalto a Capitol Hill, disposto a credere ciecamente, senza alcun bisogno di prove, a quello che il Presidente andava ripetendo, senza rendersi conto della gravità di simili affermazioni. Si è riprodotto un clima di fanatizzazione di massa quale non eravamo più abituati a vedere dopo la caduta delle dittature populiste, sia di stampo fascista che comunista. Un clima che evidentemente non è nato da un giorno all’altro, ma che è il frutto di un lavoro di convinzione sulle caratteristiche del sistema politico e in particolare della leadership che si è diffuso nell’America più profonda.

Questo appare oggi il problema più serio. Appare probabile che, dopo aver toccato il fondo, la democrazia americana si risollevi, che la transizione verso l’insediamento del Presidente Biden si compia senza ulteriori sconvolgimenti, anche perché lo stesso Trump appare adesso spaventato dalle conseguenze della campagna da lui condotta. Ma non si può non chiedersi se quello trumpiano resterà un episodio presto dimenticato, come avvenne per il generale Georges Boulanger nella Francia di fine Ottocento, oppure lascerà tracce permanenti nel sistema politico americano.

Porsi questa domanda equivale a chiedersi quale saranno a partire da oggi le caratteristiche del Partito repubblicano dopo l’uscita di scena, almeno per il momento, di Donald Trump. C’è chi sostiene, come ha fatto in TV un’esagitata Rula Jebreal, che il GOP è ormai interamente un partito fascista, senza possibilità di ritorno alla vecchia identità conservatrice. E’ una tesi estrema che appare smentita dalla stessa conclusione del tentativo eversivo di Trump che, dopo le ore di follia a Capitol Hill, è stato sconfitto proprio dal rifiuto di seguirlo ulteriormente nella sua avventura dai maggiori esponenti repubblicani, dal vicepresidente Mike Pence al leader dei senatori Mitch McConnell. E tuttavia alcuni dubbi e molti timori restano, dopo aver visto quanto profonda è stata la fanatizzazione di una parte almeno di coloro che hanno sostenuto Trump che, non possiamo dimenticarlo, era stato portato alla presidenza da un regolare processo di designazione svoltosi all’interno del Partito repubblicano. E’ vero che non tutti i repubblicani avevano sostenuto la candidatura di Trump ed è anche vero che la traumatica conclusione della vicenda non può non aver provocato all’interno del partito un brusco risveglio e un ripensamento di tutto ciò che si è susseguito dal 2016 ad oggi e in particolare degli ultimi eventi. Ma che esista un’America profonda che ha smarrito il senso dei valori della democrazia appare purtroppo vero. Si tratta adesso di capire quanto in profondità sia penetrato questo smarrimento. La risposta verrà in gran parte dal tipo di opposizione che la leadership repubblicana farà alla presidenza Biden, ammesso naturalmente che il GOP mantenga una qualche forma di unità dopo la vicenda Trump.

Resterebbe da parlare del radicalismo americano di sinistra, che è anch’esso un fenomeno inquietante e pericoloso. Non è possibile farlo in questo articolo, lo farò in un altro, non senza prima ricordare che le forme più estreme di questo radicalismo non sono quelle che trovano espressione all’interno del Partito democratico quanto il clima diffuso che ha trovato nella cosiddetta cancel culture la sua espressione più estrema. Ma di questo un’altra volta.

Valentino Baldacci    (www.vocerepubblicana.it)

Pubblicato in : EditorialeTag: bush, democrazia, espressione, francia, lavoro, leadership, massa, nato, obama, opposizione, partito democratico, processo, radicali, sistema politico, stati uniti

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Aldo Piombino

    15 Gennaio 2021 alle 00:07

    Buonasera.
    Due osservazioni.
    La prima è che – si, non ci credevamo – ma nei gruppi di sostegno a Trump italiani (si, ce ne sono anche da noi… si considerano anch’essi “patrioti”) dicevano che il 6 gennaio sarebbe successo qualcosa di pazzesco. Ennesima dimostrazione del fatto che era tutto studiato. E non ho prove per affermarlo ma qualcuno che guidava gli insorti (perchè di insorti si tratta) aveva come deliberato obbiettivo le schede elettorali..
    La seconda è sulle prospettive del GOP: appaiono brutte ma c’è una notizia interessante: i petrolieri hanno sospeso per 6 mesi i finanziamenti al partito. Nel 2020 gli hanno elargito 55 mln$. Quindi o il GOP cambia registro oppure si ritrova in bolletta. Se reagiscono riprendono i finanziamenti, se invece si appianano a Trump non so proprio come andrà a finire… Fra parentesi Trump – cercando di favorire carbone e nucleare – non si è reso loro molto simpatico…

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