
C’è un’immagine che vale più di tante parole. Il brindisi dei magistrati napoletani sulle note di Bella Ciao al termine degli scrutini. E’ semplicemente una fotografia di quelle che restano. Non serve analizzarla troppo, basta guardarla per capire perché, da anni, una parte consistente del Paese percepisce la magistratura come vicina a un preciso mondo culturale e politico. Non è un’idea nata ieri, è qualcosa che si è sedimentato nel tempo, episodio dopo episodio.
Ma il punto non è nemmeno questo, Il punto è capire perché ha vinto il NO.
Non è una questione di numeri. È una questione di racconto.
La politica di oggi non vive più nei programmi o nei contenuti. Vive nella percezione. E chi riesce a orientarla, vince. Non perché abbia necessariamente le idee migliori, ma perché le rende le più accettabili, le più naturali, quasi inevitabili.
Il meccanismo è semplice. Si prende un tema complesso e lo si trasforma in una storia emotiva. Si eliminano le sfumature, si taglia tutto ciò che complica. Resta una linea chiara che divide il campo in due. Da una parte il bene, dall’altra il male. Se stai da una parte sei nel giusto, se stai dall’altra sei fuori tempo.
Poi entra in scena il megafono: cantanti, attori, comici, influencer. Non importa che abbiano competenze specifiche. Conta che abbiano pubblico. Oggi la visibilità pesa più della competenza. Non spiegano, amplificano. Non argomentano, semplificano. E portano quel messaggio dentro un legame emotivo già costruito con chi li segue. E qui si gioca la partita vera. Non si tratta di convincere con un’idea, ma di creare un clima e quando quel clima prende forma, il resto diventa automatico. Se un messaggio è ovunque, nei social, nei talk, nelle interviste, smette di sembrare un’opinione e diventa senso comune. Non perché sia vero, ma perché è continuo, insistente. Ti entra in testa per saturazione. Dall’altra parte, invece, si è visto l’errore opposto. Una campagna elettorale che si è limitata a spiegare il referendum. Ordinata, corretta, quasi scolastica. Ma fredda. Senza forza mediatica, senza capacità di parlare il linguaggio di oggi, e mentre qualcuno costruiva il clima, qualcun altro si fermava alla spiegazione. Oggi purtroppo spiegare non basta.
Se non entri nella narrazione, resti fuori dal gioco. Il risultato è inevitabile: da una parte un racconto che si muove, cresce, si diffonde. Dall’altra un contenuto che resta fermo, confinato.
A quel punto il voto cambia natura. Non è più una scelta ragionata, diventa appartenenza, tifo, faziosità.
Non voti dopo aver studiato. Voti perché quella scelta è stata legata a parole che funzionano: progresso, apertura, modernità. L’alternativa viene automaticamente associata al resto: paura, chiusura, arretratezza e nessuno vuole stare dalla parte sbagliata.
Il gioco si chiude così, non serve manipolare i voti. Basta preparare il terreno. Basta costruire un contesto in cui una scelta appare come l’unica possibile.
Alla fine non vincono necessariamente le idee migliori, Vince chi riesce a far sembrare le proprie idee le uniche accettabili e finché la politica continuerà a muoversi su questo piano, il risultato sarà sempre lo stesso. Più spettacolo, zero sostanza.
Il consenso non nasce nelle urne. Nasce molto prima, nella testa della gente; se non cambi quella, non cambierà mai nulla e l’ Italia continuerà a restare ferma, ingessata nel diniego del progresso e di se stessa.
Piero Terracina

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